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La maternità è spesso raccontata come una delle esperienze più luminose della vita. “Vedrai, sarà l’emozione più bella di tutte”, dicono. Eppure, per molte donne, dietro quel racconto si nasconde una realtà più ambigua, più faticosa, spesso dolorosa. Una realtà fatta di notte insonni e pensieri inconfessabili, di momenti in cui l’amore c’è, ma non basta. Di giorni in cui la maternità non rende felici, ma fragili.

In un’epoca in cui si parla tanto di empowerment femminile, il lato oscuro della maternità resta un tabù. Non si può dire, o non si dovrebbe dire, che a volte si desidera scappare, che il figlio può sembrare un ostacolo, un peso, una fonte di angoscia. Ma è proprio in questo spazio silenziato che si annida l’ambivalenza materna: un sentimento umano, universale, eppure profondamente colpevolizzato.

L’amore imperfetto: la maternità reale secondo la psicoanalisi

Nella teoria psicoanalitica, l’ambivalenza materna non è un’anomalia, ma una condizione fisiologica dell’essere madre. Già Melanie Klein, negli anni trenta, descrisse come la madre viva internamente un conflitto tra amore e aggressività verso il neonato. Una tensione che non nasce dalla mancanza di affetto, ma dalla potenza del legame, che risveglia emozioni primitive, archetipiche.

Allo stesso modo, Donald Winnicott — altro gigante della psicologia infantile — sosteneva che la madre non deve essere perfetta, ma “sufficientemente buona”. Cioè in grado di fallire, a volte, ma di restare comunque in relazione. Questo concetto rivoluzionario, oggi più attuale che mai, apre uno spazio di umanità: amare non significa non sbagliare, né tantomeno non soffrire.

Eppure, queste idee restano spesso confinate agli studi clinici. Nel vissuto quotidiano, le madri continuano a confrontarsi con un ideale rigido, quasi sacrale, che non lascia spazio all’errore, alla fatica, né tantomeno all’ambivalenza.

Quando la maternità fa male: esperienze reali

“Quando è nato mio figlio, ho provato una felicità intensa. Ma poi, ogni giorno, ho iniziato a sentirmi svuotata. Avevo voglia di piangere, sempre. Non riuscivo a dirlo a nessuno, nemmeno al mio compagno. Mi sentivo mostruosa.”
Elena, 34 anni, insegnante

La testimonianza di Elena è tutt’altro che rara. Molte donne raccontano esperienze simili: un senso di solitudine sorda, pensieri disturbanti, come l’idea di non voler più vedere il proprio bambino. Questi pensieri, se non elaborati, possono sfociare in forme di sofferenza psichica come:

  • Depressione post-partum (che colpisce il 10–15% delle madri, secondo l’OMS) Ansia pervasiva o stati dissociativi
  • Sentimenti di rifiuto verso il neonato o verso sé stesse
  • Autocolpevolizzazione cronica, alimentata da un confronto continuo con l’ideale materno

In alcuni casi estremi, questi stati si trasformano in veri e propri rifiuti patologici della maternità, come descritto dalla psicopatologia perinatale. Ma nella maggior parte dei casi, si tratta di ambivalenze normali, non patologiche, che diventano insostenibili solo quando vengono negate, isolate, giudicate.

Il ruolo della cultura: un modello irrealistico

Viviamo in una società che promuove una maternità performativa, onnipotente, sempre sorridente. Basta guardare i social: influencer con neonati in braccio e trucco impeccabile, madri multitasking che cucinano, allattano e lavorano contemporaneamente. Un’estetica che cancella il conflitto, la stanchezza, la paura.

Ma dove si colloca, in questo immaginario, la madre che non dorme da giorni? Quella che piange nel bagno, in silenzio? Quella che pensa, per un attimo, che tutto questo sia troppo?

La pressione culturale — amplificata da media, manuali e talvolta anche dal mondo medico — crea un modello materno irraggiungibile. Chi non vi si riconosce si sente “sbagliata”, si chiude nel silenzio, si vergogna.

Questo isolamento emotivo è uno dei principali ostacoli alla richiesta d’aiuto.

Prendersi cura dell’ambivalenza: non è colpa, è complessità

Fortunatamente, oggi esistono spazi di ascolto sempre più consapevoli. Percorsi psicoterapeutici, gruppi di sostegno alla genitorialità, centri perinatali lavorano per legittimare la parola delle madri, offrendo uno spazio in cui anche le emozioni “brutte” possano essere nominate senza timore di condanna.

La terapia psicodinamica, per esempio, si concentra sul riconoscimento e l’elaborazione dell’ambivalenza: dare voce alla rabbia, alla frustrazione, al senso di colpa, per reintegrarli nel sé materno. La psicologia sistemico-relazionale lavora invece sulle reti familiari e sociali, cercando di ricostruire un contesto che sostenga — e non isoli — la donna.

“Ho imparato a perdonarmi. A dire: oggi non ce la faccio. A sapere che non sono una madre peggiore per questo.”
Francesca, 38 anni, madre di due

Conclusione: restituire umanità alla maternità

Quando la maternità fa male, non è la madre a essere sbagliata, ma il contesto che non lascia spazio alla sua complessità. Riconoscere il dolore, l’ambivalenza, la fatica, non significa disprezzare la maternità, ma renderla più vera, più umana.

Abbiamo bisogno di una nuova narrazione materna: meno idealizzata, più autentica. Una maternità che includa anche la paura, la solitudine, la rabbia. Che accolga il limite, la fragilità. Che sia competenza, non un istinto.

Che permetta alle donne di essere madri, sì, ma anche persone intere, con tutte le loro contraddizioni.

Angela Maria Dilillo – Psicologa Clinica e Infermiera