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Tra interazioni, doppioni e fai-da-te, la polifarmacoterapia diventa un rischio concreto. E costa cara: al paziente, al Servizio sanitario, alla collettività.

Succede spesso. Troppo spesso. L’anziano arriva in ambulatorio con una busta. Dentro, blister su blister, scatole mezze vuote, foglietti illustrativi sgualciti. Dieci, dodici farmaci diversi. Nessuno sa più bene perché li prende, da quanto, se li prende davvero. “Questo me lo ha dato il cardiologo”, “questo la guardia medica”, “questo l’ho iniziato da solo, ogni tanto mi fa bene”. Nessuno controlla. Nessuno smette. E nessuno avverte il medico.

È la prassi quotidiana – diffusa, invisibile, pericolosa – della polifarmacia tra gli anziani. Un fenomeno che cresce con l’età, con le cronicità, con la solitudine. E che mette in moto una catena silenziosa di effetti collaterali, reazioni, ospedalizzazioni.

In Italia, un over 65 su tre prende dieci o più farmaci al giorno. Spesso senza sapere se servano ancora. Senza sapere che possono anche far male. Che se presi in maniera sbagliata e in concomitanza di altri farmaci potrebbero essere inutili o pericolosi. Si parla di polifarmacoterapia quando si assumono più di 5 farmaci al giorno: una condizione molto frequente tra gli anziani, ma non sempre necessaria né appropriata.

“Quando visito i pazienti a casa o in ambulatorio, la scena è sempre la stessa: una confusione di farmaci, assunti in orari arbitrari, con dosi modificate nel tempo o su consiglio del vicino – racconta il dottor Ezio Del Nero, geriatra, che lavora da trent’anni con pazienti fragili – Alcuni prendono doppioni, altri sospendono un farmaco per paura, poi lo riprendono. Alcuni hanno un effetto nullo, se assunto insieme ad altri. Vengono assunti senza rispettare norme importanti, magari assumendoli nei momenti sbagliati della giornata. A noi medici non lo dicono. E i familiari spesso non se ne accorgono…”

Quel “qualcosa” è spesso un ricovero: malesseri vaghi, cadute, aritmie, confusione mentale, picchi pressori. Sintomi che sembrano venire dal nulla e che invece, a guardarli bene, hanno dietro un equilibrio farmacologico ormai saltato. Secondo gli studi più recenti, l’8-9% dei ricoveri ospedalieri è causato da reazioni avverse ai farmaci. Una cifra che un tempo si aggirava intorno al 4-5% e che oggi è quasi raddoppiata. Il motivo? L’aumento dell’assunzione simultanea di farmaci, spesso non coordinata.

Il problema, spiega Del Nero, non è solo la quantità di farmaci, ma la mancanza di un punto fermo: un medico che tenga insieme la storia clinica, i cambiamenti nel tempo, le necessità reali. “Molti anziani vengono seguiti da specialisti diversi, ognuno prescrive qualcosa, nessuno disfa. Si accumula. E nessuno toglie. Il risultato è un paziente fragile che cammina su una bomba a orologeria”.

Ma c’è anche un altro lato, più sottile e difficile da scardinare: la fiducia cieca nel farmaco. L’idea, radicata, che curarsi significhi prendere qualcosa. “Per molti anziani – continua Del Nero – il farmaco è rassicurante. È tangibile. Smettere una pastiglia dà più ansia che prenderne una inutile. Preferiscono tenerla ‘per sicurezza’, anche se fa più male che bene”.

È così che la polifarmacoterapia – termine tecnico per indicare l’assunzione simultanea di più farmaci – diventa una condizione cronica. Non per necessità medica, ma per inerzia, abitudine, mancanza di controllo. Intanto, i numeri parlano chiaro. Secondo le stime, tra il 20% e il 30% dei farmaci prescritti agli anziani è potenzialmente inappropriato o non più necessario. Un anziano che assume 8-10 farmaci al giorno può arrivare a spendere, tra ticket e spese non rimborsate, fino a 50-100 euro al mese. Tradotto: fino a 300 euro l’anno per medicinali che non servono più. E in tutta Italia, parliamo di centinaia di milioni di euro buttati. Su scala più ampia, la spesa farmaceutica pubblica e privata complessiva è di circa 32 miliardi di euro all’anno (dati AIFA 2023), di cui quasi 10 miliardi gravano direttamente sulle famiglie.