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Duemiladuecentoquattro microrganismi su un solo smartphone. Ottocentoottantadue batteri, più di milleduecento virus, decine di funghi e persino qualche protozoo, insieme a geni di resistenza agli antibiotici e fattori di virulenza. Numeri che colpiscono, ma che da soli non raccontano ancora la storia. Sono il punto di partenza di uno studio scientifico pubblicato nel 2024 sulla rivista Infection, Disease & Health, testata internazionale di area medico-sanitaria edita da Elsevier e disponibile su ScienceDirect. L’articolo, firmato da Matthew Olsen e colleghi, si intitola “Microbial laden mobile phones from international conference attendees pose potential risks to public health and biosecurity”.

I ricercatori hanno analizzato venti smartphone appartenenti a partecipanti di una conferenza internazionale utilizzando tecniche di metagenomica, cioè strumenti capaci di leggere il DNA dei microrganismi senza fermarsi alla superficie del problema. Ne è emersa una fotografia sorprendente ma coerente: il telefono come un piccolo ecosistema portatile, come traccia biologica di chi lo usa e dei luoghi che attraversa. Mani, pelle, superfici, ambienti diversi si stratificano sullo schermo e nelle microfessure dei dispositivi, trasformando lo smartphone in un oggetto ad altissimo contatto, molto più vicino alle nostre mani di quanto siamo abituati a pensare.

Ed è qui che il racconto cambia passo. Perché se è vero che gli smartphone sono contaminati, ed è un fatto ormai noto e ben documentato, la questione centrale non è la contaminazione in sé, ma la trasmissione. Sono due piani diversi, che la ricerca scientifica tiene ben distinti. La presenza di microrganismi, anche potenzialmente patogeni come stafilococchi, Escherichia coli o Acinetobacter, non significa automaticamente rischio clinico. Perché un’infezione avvenga servono condizioni precise, e soprattutto serve che la catena della trasmissione resti intatta.

Gli studi condotti in ambito sanitario, compresi quelli presentati in Italia al congresso ANIARTI del 2018, mostrano con chiarezza che questa catena, nella pratica quotidiana, spesso si interrompe. Lavaggio delle mani, attenzione all’asepsi, tecniche di “tocco non tocco”, procedure strutturate: sono questi i veri argini. In altre parole, il telefono può essere contaminato, ma non diventa automaticamente un veicolo efficace di infezione. È una differenza sottile, ma fondamentale, e vale la pena fermarsi a guardarla senza semplificazioni.

Lo studio pubblicato su Infection, Disease & Health non ribalta le certezze, ma le mette a fuoco. I dati confermano quanto la ricerca suggerisce da tempo: gli smartphone possono essere contaminati senza diventare automaticamente veicoli di infezione. La presenza di microrganismi non coincide con il rischio clinico, e la distinzione tra contaminazione e trasmissione resta il punto chiave per leggere questi risultati senza allarmismi e senza semplificazioni.