Ricerca

Prescrivere cultura

Le evidenze scientifiche dicono che arte e partecipazione culturale migliorano la salute e riducono il ricorso alle cure

condividi

Nel 2019 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha smesso di parlare di arte e cultura come di un elegante contorno alla salute e ha iniziato a trattarle per quello che sono: un fattore che incide concretamente sul benessere delle persone. Lo ha fatto analizzando oltre 3.000 studi scientifici internazionali, arrivando a una conclusione netta: la partecipazione culturale può contribuire alla prevenzione, sostenere i percorsi di cura e migliorare la qualità della vita, soprattutto nelle condizioni di fragilità, cronicità e malattia neurodegenerativa. Non perché l’arte “cura”, ma perché agisce su determinanti fondamentali della salute come l’isolamento sociale, lo stress, la relazione, la motivazione, il senso di appartenenza.

Da allora, la ricerca ha continuato ad accumulare evidenze. Uno degli studi più citati è quello dell’University College London, che ha valutato programmi museali e di arteterapia inseriti in contesti di welfare e assistenza. I risultati sono tutt’altro che vaghi: tra i partecipanti si è osservata una riduzione del 37% delle visite dal medico di base e del 27% dei ricoveri ospedalieri. Anche l’impatto economico è misurabile: ogni sterlina investita in questi programmi ha generato un ritorno stimato tra quattro e undici sterline, sotto forma di risparmio per il sistema sanitario. Dati che spostano definitivamente il discorso dal piano della sensibilità individuale a quello delle politiche pubbliche.

Ma è forse ancora più interessante guardare a ciò che sta accadendo in Italia, dove queste evidenze stanno iniziando a essere verificate sul campo. Il progetto MINERVA, sviluppato con il coinvolgimento del Centro OMS per la salute mentale dell’Università di Verona, ha seguito 103 persone adulte coinvolte in un percorso di visite museali guidate. Dopo solo tre incontri, i risultati mostrano cambiamenti chiari: la percentuale di persone con distress psicologico è scesa dal 67% al 56%; i casi di ansia moderata o grave si sono dimezzati, passando dal 13,6% al 6,8%; quelli di depressione moderata-grave sono diminuiti dall’8,8% al 4,8%. Ma il dato forse più significativo è quello sul benessere percepito: il punteggio medio è aumentato da 13,88 a 15,88, e la quota di partecipanti che dichiara un livello alto di benessere è cresciuta dal 34% al 50%. Tutto questo in poche settimane, con strumenti di valutazione standardizzati e risultati pubblicati in letteratura scientifica.

Numeri così servono a chiarire un punto fondamentale: non siamo davanti a un effetto suggestivo o a una narrazione gentile. La cultura, quando è accessibile, continuativa e pensata come esperienza relazionale, produce effetti misurabili sulla salute mentale e sul benessere complessivo delle persone.

È in questo quadro, fatto di dati prima ancora che di buone pratiche, che va letta la recente decisione italiana di approvare in Conferenza Stato-Regioni il protocollo d’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute sulla prescrizione culturale. L’obiettivo dichiarato è costruire finalmente un sistema: mappare le esperienze esistenti, raccogliere dati omogenei sulla loro efficacia, definire modelli replicabili e riconoscere alla cultura la possibilità di affiancare le cure mediche come strumento di supporto al benessere.

L’arte e la cultura stanno alla salute come lo sport: non “curano” in senso stretto, ma sappiamo che senza di esse il rischio di stare peggio aumenta. Esattamente come l’attività fisica, anche la partecipazione culturale può diventare una raccomandazione, un’indicazione, un accompagnamento nei percorsi di cura, a patto che non sia occasionale o lasciata al caso.

Qui si apre la vera sfida: l’offerta. Una prescrizione ha senso solo se esistono attività reali, accessibili, di qualità, distribuite sul territorio. Non eventi sporadici, ma infrastrutture culturali pensate anche come risorse di salute pubblica. Oggi l’Italia resta profondamente diseguale, con territori ricchi di opportunità culturali e altri quasi completamente scoperti. Senza affrontare questo nodo, la prescrizione culturale rischia di restare una buona intenzione.

Eppure le esperienze già attive – dal teatro prescritto dai pediatri ai musei che lavorano con l’Alzheimer, dalla danza nei luoghi della cultura al circo sociale – mostrano che la strada è praticabile. Perché la relazione, lo stimolo, il sentirsi parte di una comunità non sono elementi accessori: sono pezzi della salute stessa. L’OMS lo dice con chiarezza, la ricerca lo conferma, i numeri iniziano a dimostrarlo anche in Italia.