Sensorial running

Alla scoperta del “Sensorial running”

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Oggi intervistiamo Maya, nomade digitale e blogger sul sito www.runlikelocals.com, che ci racconta il suo singolare rapporto con la corsa sin da quando era bambina e come, grazie ad essa, qualche anno fa abbia trovato ispirazione per fare un cambio radicale di vita che aveva già nelle sue corde da tempo.

La prima domanda è d’obbligo: in che cosa consiste il “sensorial running”?

Il “sensorial running” è un modo diverso di vivere la corsa, assolutamente non competitivo, ma intimo e meditativo. Correndo in questo modo, ascolti il tuo corpo, attivi i cinque sensi e ti connetti con la natura. Lo scopo di questo tipo di corsa è la ricerca ed il mantenimento del benessere fisico, mentale e psicologico. A me, poi, ha aiutato anche a riscoprire la mia vera identità.

Nel 2012 il mio compagno ha cominciato ad allenarsi ed a correre a livello competitivo alzandosi la mattina all’alba o correndo la sera dopo il lavoro. I suoi allenamenti erano sacri: pioggia, vento o freddo non lo fermavano. E tutto questo lo temprava ed aumentava il suo entusiasmo, invece di fiaccarlo. Il suo mood l’ho associato a quello di mio fratello, che ha cominciato a correre da solo quando aveva 15 anni ed ha portato avanti questa sua abitudine per una vita intera. Conoscendo bene entrambi, ho capito che mi stavo perdendo qualcosa di importante. Sono voluta andare più a fondo e l’ho fatto in modo del tutto autogestito con un approccio sensoriale alla corsa.

La corsa ha rappresentato qualcosa di importante per me sin da quando ero bambina. Insieme al ballo, erano le mie forme di espressione più autentiche e liberatorie senza che nessuno mi insegnasse nulla. Mi venivano spontanee, rappresentavano la mia dimensione anche se può sembrare strano per una bambina. A scuola e nel tempo libero, la maggior parte dei giochi in cortile o nei parchi erano basati sulla corsa ed io potevo ben dire la mia perché ero veloce ed avevo resistenza. E, in questo modo, riuscivo ad esprimere la mia leadership sia nei confronti delle mie amichette, meno performanti, sia nei confronti degli amichetti, che vedevano in me una competitor difficile da battere.

Purtroppo, ho chiuso la corsa in un cassetto per anni dopo una brutta esperienza vissuta ai tempi del liceo. La mia professoressa di Educazione Fisica di allora voleva a tutti i costi che partecipassi ai Giochi della Gioventù. Una volta decisi di accontentarla in una gara campestre di 5 km a cui mi iscrissi senza fare allenamenti preliminari. Fu disastrosa sotto tutti i punti di vista: non essendomi preparata andai in affanno da subito ed arrivai stremata alla fine, piazzandomi ovviamente male in classifica generale. Mi inzaccherai tutta perché il giorno prima era venuta giù molta pioggia. Dopo quella gara, promisi a me stessa che non avrei mai più ripetuto un’esperienza del genere.

È stata una fase della mia vita molto bella: non avrei mai pensato di poter arrivare a correre una maratona e, invece, l’ho fatto all’età di 49 anni e con grande soddisfazione. Però, guardandomi indietro, quel tipo di corsa era “seriale“, piuttosto meccanico ed essenzialmente prestazionale. Quando avevo come obiettivo una gara, ogni uscita era programmata nei tempi, nella distanza e nel tipo di lavoro da fare. Tutto il resto passava in secondo piano e le sensazioni che provavo difficilmente emergevano come oggi ed avevano un loro “gusto” emotivo.

Dopo la mia prima ed unica maratona, si è rotto dentro di me l’incantesimo  delle gare competitive perché mi si è palesato il circolo vizioso in cui ero caduta: mi iscrivevo ad una gara (a volte, anche molto costosa, se si trattava di quelle più blasonate!), mi preparavo sacrificando la maggior parte del mio tempo libero, andavo a testare i miei limiti, sia fisicamente che mentalmente, e con questo rischiavo l’infortunio molto facilmente. Quando mi capitava, mi sottoponevo a tutti i controlli e le terapie del caso, cercando di accelerare la guarigione per la frenesia di riprendere a correre. E questo non faceva altro che mettere a rischio la ripresa e recidivare l’infortunio. Quando non mi infortunavo, invece, finita una gara, mi godevo il momento ma passavo subito dopo a programmare quella successiva.

Con il “sensorial running” ho voluto recuperare il piacere della corsa per la corsa, restituendole la semplicità infantile che aveva per me, la bellezza del gesto e, soprattutto, il ruolo fondamentale che può giocare nella mia vita in termini di salute fisica, mentale e psicologica. È per questo che oggi la corsa è un pilastro del mio stile di vita anche se non voglio più partecipare a gare e non ho tabelle e scadenze da rispettare.

Questo slogan sintetizza il mio mood di vita attuale e quello che la corsa mi ha portato ad essere negli anni. Grazie alla corsa sensoriale, infatti, ho fatto un lavoro introspettivo e meditativo importante che mi ha portato pian piano a riscoprire la mia vera identità, a tagliare con il passato ed a vivere oggi la vita in modo del tutto diverso, non convenzionale e consapevole. Vorrei condividere questo messaggio con più persone possibile per aiutarle ad essere presenti a se stesse nella propria vita, a liberarsi da schemi preconfezionati, omologati e, spesso e volentieri, vissuti fittiziamente dietro l’obiettivo e lo schermo di uno smartphone, ad avere il coraggio e la forza di uscire dalla comoda scenografia del Truman Show …

Nella rubrica “Corri con Maya” racconto le mie corse sensoriali che faccio in tutto il mondo. Da oltre quattro anni, infatti, vivo come nomade digitale e sono una runner esplorativa senza confini. In primis, lo scopo di tutto questo è mettere a disposizione di qualunque runner in viaggio dei percorsi già sperimentati da me o da Marco, ideatore, creatore e titolare del sito www.runlikelocals.com. Inoltre, spero di essere di ispirazione per potenziali sensorial runner:

– mai stati o non più interessati alla corsa in termini di prestazione e tempi, ma in termini di salute e benessere attuale e futuro;

– che necessitano della corsa come tempo e spazio intimo, meditativo ed introspettivo;

– che vogliono fare della corsa un loro stile di vita;

– che desiderano vivere la corsa (così come tutte le loro scelte!) in modo più libero, consapevole ed autentico.