Benessere

Sclerosi multipla: cosa ci dice un nuovo studio sulla depressione

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C’è un equivoco che resiste testardo, quando si parla di sclerosi multipla. L’idea che tutto ciò che riguarda l’umore, la tristezza che non passa, la fatica emotiva che diventa quel senso di vuoto difficile da spiegare, sia “solo” una reazione psicologica alla SM. Ma non sempre è così semplice.

Lo dice uno studio appena pubblicato sul BMJ (Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry), finanziato da AISM e FISM. Sposta il punto di vista con una certa decisione: la depressione nella sclerosi multipla è qualcosa che nasce dentro il cervello, nei suoi meccanismi più fini. Il lavoro, guidato dalla professoressa Matilde Inglese tra Università degli Studi di Genova e l’Ospedale Policlinico San Martino, parte da una domanda che sembra semplice ma non lo è affatto: perché la depressione è così frequente e pesante per le persone con SM?

Per cercare questa risposta, i ricercatori sono andati a guardare dove spesso non si guarda abbastanza: nei circuiti che regolano motivazione, piacere, spinta ad agire. Il cosiddetto sistema della ricompensa. Quello che, nella vita quotidiana, ci fa alzare dal letto con un minimo di slancio, ci fa dire “ok, proviamoci”, ci restituisce un frammento di soddisfazione. Che quando funziona, quasi non ce ne accorgiamo. Ma quando si inceppa, invece, si sente. Eccome.

Per capire cosa succede davvero, il team ha usato una risonanza magnetica a 3 Tesla (quella installata al San Martino nel 2018 grazie a FISM) uno strumento potente, preciso, che permette di osservare il cervello mentre “lavora”, mentre le varie zone di esso comunicano.

Per capire, appunto, come si parlano le diverse aree del cervello. Non basta sapere che si attivano insieme: bisogna vedere chi prende l’iniziativa, chi spinge, chi resta a rimorchio. Perché non tutte le connessioni sono uguali, e non tutte pesano allo stesso modo.

Ed è proprio lì che qualcosa cambia. Nelle persone con sclerosi multipla che vivono anche una depressione, questo sistema della ricompensa mostra alterazioni evidenti. Non piccole sfumature, ma differenze nette. Ben più marcate rispetto a quelle che si osservano nelle persone con depressione maggiore senza sclerosi multipla.

C’è un passaggio ancora più interessante, quasi spiazzante. Queste alterazioni non dipendono direttamente dai danni strutturali della malattia (le lesioni, l’atrofia). Non sono semplicemente “un effetto collaterale”. Ma come se la depressione avesse una sua strada, parallela, con regole proprie.

Al centro di tutto sembra esserci la dopamina. Il neurotrasmettitore che regola desiderio, motivazione, piacere. Quello che, in qualche modo, ci mette in moto. Se il segnale si altera, se si fa più debole o disordinato, cambia il modo in cui percepiamo le cose. Non è solo tristezza. È una specie di scollegamento.

E allora il punto non è più soltanto “come ti senti”, ma anche “cosa sta succedendo”.

Questo cambia il modo di guardare alla depressione nella sclerosi multipla. E cambia, inevitabilmente, anche il modo di trattarla. Perché se c’è una base neurobiologica specifica, serve un approccio che tenga insieme più competenze: neurologia, psichiatria, psicologia, neuroimaging. Non a compartimenti stagni, ma in dialogo.

Cambia però anche qualcosa di più sottile, ma fondamentale. Togliere alla depressione quell’ombra che spesso si porta dietro. Non è affatto debolezza o non riuscire a reagire abbastanza. È, almeno in parte, biologia.

La ricerca non risolve tutto, certo. Ma ogni tanto rimette a fuoco. E quando succede, anche solo un po’, il peso si sposta. Cambia forma. E già questo, per qualcuno, può fare la differenza.