C’è un ecosistema che portiamo con noi ogni giorno. È popolato da miliardi di microrganismi ed è profondamente influenzato anche da ciò che scegliamo di mettere nel piatto.
È il microbiota intestinale.
Negli ultimi anni è diventato uno dei protagonisti della ricerca scientifica. Non perché custodisca una formula segreta per vivere cent’anni, ma perché l’intestino è uno dei luoghi nei quali alimentazione, metabolismo e salute entrano quotidianamente in relazione.
Ed è questo il significato di longevità che ci interessa.
Non vivere il maggior numero possibile di anni, ma costruire nel tempo le condizioni per preservare salute, autonomia e qualità della vita.
Una parte di questo percorso comincia proprio dalla cucina.
Quando mangiamo, non nutriamo soltanto noi stessi
Pensiamo a un piatto di pasta e ceci. A una zuppa di orzo e verdure. A una mela mangiata con la buccia. Oppure a una colazione con avena, frutta e noci.
Sono alimenti diversi, ma hanno qualcosa in comune: contengono fibre.
Una parte delle componenti che non vengono digerite nell’intestino tenue prosegue il proprio viaggio fino al colon. Qui alcune possono essere utilizzate dai microrganismi intestinali attraverso processi di fermentazione, con la produzione anche di acidi grassi a corta catena, sostanze coinvolte nella fisiologia dell’ambiente intestinale.
In altre parole, quando scegliamo cosa mangiare, non stiamo nutrendo soltanto noi stessi: stiamo contribuendo anche a creare l’ambiente in cui vive il nostro microbiota.
Ed ecco perché una parola diventa particolarmente importante: varietà.
Legumi, ortaggi, frutta, cereali integrali, semi e frutta a guscio non devono comparire tutti nello stesso pasto. È più importante che si alternino nel corso della settimana.
La biodiversità, in fondo, comincia anche nel carrello.
Fibre: non servono soltanto alla regolarità
Per molto tempo abbiamo associato le fibre quasi automaticamente alla funzione intestinale.
“Mangia più fibre” è probabilmente una delle prime raccomandazioni che riceviamo quando l’intestino diventa pigro.
È corretto, ma è soltanto una parte della storia.
Le fibre non sono tutte uguali. Differiscono per struttura, solubilità, fermentescibilità e viscosità. E proprio queste caratteristiche ne influenzano gli effetti fisiologici.
Alcune vengono maggiormente fermentate dal microbiota, altre trattengono acqua, altre ancora – come lo psillio – a contatto con l’acqua formano una massa viscosa.
Ed è proprio questa caratteristica a renderlo interessante non soltanto per la regolarità intestinale.
Le fibre viscose sono state studiate anche in relazione al metabolismo dei carboidrati e dei lipidi. Le evidenze disponibili sullo psillio mostrano effetti favorevoli sul colesterolo totale e LDL e, soprattutto nelle persone che presentano alterazioni del controllo glicemico, su alcuni parametri della glicemia.
Non significa trasformare una fibra in un farmaco.
Significa comprendere che parlare di fibre significa parlare anche di salute metabolica e prevenzione. Due aspetti che diventano centrali quando intendiamo la longevità come qualità della salute nel corso degli anni.
Quando la ricerca universitaria arriva nella quotidianità
Ed è proprio sullo studio e sull’impiego delle fibre che la ricerca continua a sviluppare nuove applicazioni.

Un esempio arriva dall’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, dove nel 2024 è nato SCM Nutraceutici Universitari, spin-off del Dipartimento di Farmacia fondato dai docenti Azzurra Stefanucci, Christian Celia e Adriano Mollica.
Tra i primi risultati di questo percorso troviamo SCM Nutraver® Fibra, una formulazione a base di psillio e crusca di riso tostata, nata dall’incontro tra competenze della ricerca nutraceutica e applicazioni rivolte alla quotidianità.
La presenza dello psillio rende la formulazione particolarmente interessante nel contesto di cui abbiamo parlato: una fibra conosciuta per il supporto alla regolarità intestinale e studiata dalla letteratura scientifica anche in relazione al metabolismo glucidico e lipidico.
Nutraver diventa così un esempio concreto del possibile dialogo tra ricerca universitaria, nutrizione e nutraceutica.
L’integrazione, naturalmente, non sostituisce una dieta varia ed equilibrata e deve essere utilizzata in modo appropriato. Può però rappresentare uno strumento complementare quando l’alimentazione non consente di raggiungere determinati obiettivi nutrizionali o in presenza di esigenze specifiche.
La longevità è un percorso
E alla fine torniamo sempre lì: alla cucina.
Ad un piatto di pasta e fagioli, una zuppa di cereali e legumi, un frutto mangiato con la sua buccia, una colazione a base di avena. Perché la salute non si costruisce attraverso un alimento o un integratore miracoloso, ma nella ripetizione di abitudini corrette e nella varietà che mettiamo nel carrello. Il benessere si costruisce anche nel recupero delle antiche tradizioni, nei cereali che impariamo a scegliere e nella capacità di conoscere e utilizzare consapevolmente gli strumenti che la ricerca mette a disposizione.
La longevità non è il traguardo dei cento anni.
È il percorso attraverso il quale cerchiamo di preservare, anno dopo anno, salute, autonomia e qualità della vita.
E una parte di quel percorso passa anche da un universo microscopico che non vediamo, ma che portiamo sempre con noi: il nostro intestino.