Nell’era di smartphone e tastiere, la penna si prende la sua rivincita. Una ricerca norvegese rivela che il gesto della scrittura attiva il cervello in modo più ricco e complesso, con possibili vantaggi per memoria e apprendimento
C’è chi ormai prende appunti soltanto sul tablet, chi compila la lista della spesa sullo smartphone e chi si accorge, davanti a un foglio bianco, di avere quasi dimenticato come si scrive per più di dieci minuti consecutivi. La tastiera ha vinto? Forse nella vita quotidiana. Ma il nostro cervello sembra avere ancora parecchia simpatia per carta e penna.
A riportare l’attenzione su un gesto tanto antico quanto familiare è una ricerca condotta alla Norwegian University of Science and Technology (NTNU) e pubblicata su Frontiers in Psychology e recentemente oggetto di un articolo su Mondosanità. Il punto interessante non è stabilire una gara tra penna e computer, ma capire che cosa succede nel cervello quando utilizziamo l’una oppure l’altro.
E la differenza, osservata attraverso l’attività elettrica cerebrale, c’è.
Quando scriviamo a mano compiamo un’operazione molto più sofisticata di quanto sembri. Per tracciare anche una semplice parola dobbiamo controllare il movimento della mano, dosare la pressione, seguire con gli occhi ciò che stiamo producendo e modificare continuamente direzione e forma del tratto.
Ogni lettera richiede una sua traiettoria. E nel corsivo il gioco diventa ancora più articolato, perché un segno deve accompagnare quello successivo in una sequenza fluida.
Digitare è diverso: per quanto possiamo essere velocissimi sulla tastiera, il gesto fondamentale resta la pressione di un tasto.
Proprio questa maggiore ricchezza del movimento sembra fare la differenza. I ricercatori norvegesi hanno studiato l’attività cerebrale di studenti universitari attraverso registrazioni EEG ad alta densità, confrontando ciò che accadeva mentre scrivevano e mentre digitavano.
Durante la scrittura manuale sono emersi schemi di connettività cerebrale più complessi, soprattutto in regioni coinvolte nell’elaborazione e nell’integrazione delle informazioni. In altre parole, mentre la mano costruisce le lettere, diverse aree del cervello sembrano “parlarsi” più intensamente.
Perché questo dovrebbe aiutarci a imparare?
Una possibile spiegazione sta nella quantità di informazioni che il cervello deve mettere insieme. Scrivendo non vediamo soltanto una parola: la produciamo fisicamente. Sentiamo la penna scorrere, osserviamo il segno comparire, coordiniamo occhio e mano e programmiamo il movimento successivo.
È un piccolo concerto di vista, tatto e movimento.
Questa partecipazione multisensoriale può creare condizioni favorevoli ai processi che permettono di codificare e organizzare le informazioni, passaggi importanti per l’apprendimento e la memoria.
C’è poi un altro aspetto molto concreto. A mano siamo inevitabilmente più lenti. E quella che nell’epoca della velocità potrebbe sembrare una seccatura può trasformarsi in un vantaggio: non potendo trascrivere tutto, siamo più facilmente portati a selezionare, sintetizzare e rielaborare quello che ascoltiamo.
Insomma, qualche volta andare piano può significare pensare di più.
Computer e tablet hanno enormi vantaggi: permettono di scrivere velocemente, correggere, archiviare e condividere contenuti e sono strumenti indispensabili nello studio e nel lavoro. La ricerca, piuttosto, suggerisce che scrittura manuale e digitazione non sono due versioni perfettamente intercambiabili della stessa attività.
Coinvolgono il corpo in maniera differente e, di conseguenza, anche il cervello risponde in modo diverso.
La questione diventa particolarmente interessante a scuola. Se carta e penna venissero eliminate troppo rapidamente in nome della digitalizzazione, bambini e ragazzi potrebbero perdere occasioni per esercitare quel raffinato coordinamento tra percezione, movimento e pensiero che accompagna la scrittura manuale.
Non significa riempire quaderni di pagine e pagine di bella calligrafia né dichiarare guerra agli schermi. Significa conservare nel percorso educativo un equilibrio tra competenze digitali e attività manuali.
Per anni si è discusso se abbia ancora senso insegnarlo nell’era degli smartphone. Guardandolo dal punto di vista del cervello, però, il corsivo acquista un interesse nuovo.
Non è soltanto una questione estetica o una tradizione scolastica da difendere per nostalgia. È un’attività motoria fine nella quale il cervello deve pianificare e realizzare una successione continua di movimenti diversi.
La lezione più curiosa dello studio norvegese è forse proprio questa: non tutto ciò che diventa tecnologicamente superfluo diventa automaticamente inutile per il nostro cervello.
Possiamo mandare un messaggio in pochi secondi, dettare un testo allo smartphone e perfino lasciare che un software completi le nostre frasi. Ma ogni tanto vale ancora la pena prendere un foglio e scrivere.
Magari gli appunti di una riunione. Una lista di cose da ricordare. Due righe di diario. O quella formula che proprio non vuole entrarci in testa. Perché, mentre crediamo semplicemente di muovere una penna, stiamo allenando il nostro cervello.