Oculistica

L’Occhio non è un’Isola: un’ipotesi di lavoro per un’Oculistica Sistemica orientata alla Longevità

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Per molti anni nella formazione e nella pratica clinica l’occhio è stato descritto soprattutto come un organo altamente specializzato, studiato e trattato in primo luogo, giustamente, per le sue caratteristiche anatomiche e funzionali locali. I grandi progressi diagnostici e microchirurgici dell’oftalmologia hanno contribuito in modo decisivo a preservare e recuperare la funzione visiva in numerose condizioni. Negli ultimi anni, però, è diventato sempre più evidente quanto la salute oculare sia intrecciata con fattori sistemici (vascolari, metabolici, infiammatori, nutrizionali) e quanto l’occhio vada letto come parte di una rete complessa che coinvolge l’intero organismo.

Dal punto di vista embriologico, l’occhio rappresenta una estroflessione del sistema nervoso centrale ed è caratterizzato da un metabolismo particolarmente elevato e da un microcircolo fine e delicato.
Queste peculiarità rendono la funzione visiva potenzialmente sensibile anche a condizioni generali del paziente, come lo stato vascolare, il controllo glicemico, l’infiammazione cronica di basso grado e la qualità della nutrizione. In questo quadro emerge l’esigenza di quella che, in questa sede, definiamo Oculistica Sistemica, intesa come chiave di lettura interpretativa che non si contrappone alla medicina oftalmologica tradizionale, ma si colloca nel solco di un’attenzione crescente al contesto biologico in cui le patologie oculari insorgono e progrediscono.

Questa esigenza di integrare la visione locale e quella sistemica nasce dall’osservazione quotidiana di pazienti con patologie croniche generali sovrapposte a quelle oculari. L’adozione di questo paradigma rafforza un approccio in cui il paziente viene considerato nella globalità dei suoi apparati e dei suoi fattori di rischio, soprattutto di fronte alle malattie cronico‑degenerative.​

Negli ultimi anni si è visto portare sempre più spesso, in contesti scientifici e congressuali oftalmologici, il concetto di asse intestino‑occhio. Sulla base di lavori emergenti, sono state esplorate le possibili correlazioni tra disbiosi intestinale, infiammazione sistemica e patologie retiniche legate all’età.​ Società scientifiche oftalmologiche consolidate hanno dedicato spazio a questi temi, segnalando un interesse crescente della comunità oftalmologica verso il ruolo potenziale del microbiota e dell’infiammazione sistemica nella salute visiva.​ E’ importante sottolineare che si tratta di un ambito di ricerca in rapido sviluppo, che necessita di ulteriori conferme e studi prospettici prima di una piena integrazione nelle linee guida cliniche.​

Un ulteriore elemento di approfondimento deriva dall’incontro fra la medicina sistemica e la biologia molecolare dell’invecchiamento. Nel 2023 la rivista Cell ha pubblicato l’aggiornamento “Hallmarks of aging: An expanding universe”, in cui Carlos López‑Otín e collaboratori propongono dodici processi biologici chiave dell’invecchiamento, tra cui, a titolo esemplificativo, instabilità genomica, accorciamento telomerico, alterazioni epigenetiche, perdita di proteostasi, disfunzione mitocondriale, senescenza cellulare, infiammazione cronica e disbiosi.​

Questa classificazione non è specifica per l’occhio, ma riguarda l’organismo nel suo complesso.
Il messaggio centrale è semplice: la salute visiva è strettamente connessa alla salute generale. Le scelte di vita quotidiane possono contribuire a preservare nel tempo la funzione. La disbiosi intestinale, per esempio, è da alcuni anni al centro dell’attenzione e oggi viene inclusa tra i processi chiave dell’invecchiamento. Il possibile asse intestino‑occhio è oggetto di studi sperimentali e clinici, con dati in crescita ma ancora da consolidare. Anche l’infiammazione cronica di basso grado e la disfunzione mitocondriale sono al centro di ricerche che ne esplorano il ruolo in ambito oculare. Applicare il modello degli Hallmarks of Aging ai tessuti oculari non implica disporre già di protocolli terapeutici definitivi, ma consente di organizzare le conoscenze disponibili in una mappa coerente, utile per generare ipotesi e progettare studi clinici e sperimentali.​

È proprio in questo spazio di intersezione che l’oculistica incontra la medicina della longevità. Più che una semplice integrazione di concetti, si tratta di un confronto necessario: l’obiettivo è provare a tradurre ciò che sappiamo sui meccanismi biologici dell’invecchiamento in strategie cliniche che possano, nel tempo, aiutare a mitigare l’impatto delle patologie cronico-degenerative.

Questo approccio si inserisce nel solco di un confronto scientifico internazionale ormai maturo. Realtà come la Healthy Longevity Medicine Society (HLMS) offrono oggi spazi di dialogo multispecialistico proprio per analizzare come i processi di invecchiamento coinvolgano i diversi sistemi dell’organismo, senza escludere l’apparato visivo. Un tema centrale di questo studio è la senescenza cellulare: quel fenomeno per cui alcune cellule, pur smettendo di replicarsi, rimangono attive e possono alimentare uno stato infiammatorio silente nei tessuti. E’ possibile che comprendere questi meccanismi ci potrà aiutare a inquadrare meglio l’origine di molte patologie degenerative della retina e del nervo ottico. Alcuni studi sperimentali suggeriscono che questi aspetti possano contribuire anche a malattie oculari legate all’età. Si tratta però di un campo in evoluzione: i dati su degenerazione maculare legata all’età e glaucoma sono per lo più preclinici, mentre per la maculopatia diabetica un primo studio di fase 1 ha riportato risultati incoraggianti, che dovranno essere confermati da studi controllati più ampi prima di qualsiasi possibile applicazione nella pratica clinica (Crespo‑Garcia, PMID: 38321220).

In parallelo vengono studiati composti detti “senolitici” e approcci di modulazione epigenetica, con l’obiettivo di comprendere se la loro azione sui meccanismi dell’invecchiamento possa avere, in futuro, ricadute cliniche anche sull’occhio.​ Anche questi approfondimenti appartengono principalmente alla ricerca preclinica o a studi clinici selezionati e non fanno parte della pratica oftalmologica standard.

​Rimangono invece centrali, e supportati da robuste evidenze nonché da esperienza di ogni clinico, gli interventi sui fattori di rischio generali (controllo pressorio e glicemico, cessazione del fumo, attività fisica regolare, alimentazione equilibrata), che hanno dimostrato di contribuire in modo significativo alla protezione della salute sistemica e, indirettamente, della funzione visiva.​

Integrare le conoscenze della geroscienza nella quotidianità clinica significa, anzitutto, considerare  la complessità della persona che abbiamo davanti. Non si tratta di travalicare i confini della propria specializzazione, ma di offrire un contributo consapevole alla salute generale: considerare come la salute visiva si inserisca nell’equilibrio di un organismo che evolve nel tempo. È un impegno che si può perseguire attraverso una costante collaborazione interdisciplinare, mantenendo come unico riferimento il rigore delle evidenze e il rispetto delle reciproche competenze mediche.

Sia chiaro: la chirurgia oftalmica e i protocolli farmacologici validati restano i cardini del nostro operato. L’obiettivo di questa integrazione non è sostituirli, ma concorrere a ottimizzare il quadro biologico generale. Porre attenzione ai fattori sistemici modificabili — in costante dialogo con i rispettivi specialisti — può favorire condizioni più favorevoli per la stabilità clinica nel tempo e per il successo degli interventi necessari. Si tratta di una collaborazione necessaria tra l’oculista e le altre figure di riferimento, affinché il percorso di cura non si limiti alla singola prestazione tecnica, ma consideri la salute della persona nella sua interezza.

Oggi sempre più spesso l’occhio viene considerato come una finestra privilegiata sull’intero organismo. È, infatti, uno dei rari punti in cui possiamo osservare direttamente, e in modo del tutto non invasivo, lo stato del microcircolo e delle fibre nervose. In questa prospettiva, l’evoluzione dell’imaging e dei sistemi di analisi ci offre l’opportunità di affiancare la valutazione funzionale tradizionale. Si apre così la possibilità di raccogliere dati che potenzialmente possono fornire elementi di riflessione sullo stato dei tessuti in rapporto all’età, offrendo al clinico ulteriori parametri per orientare il paziente verso un percorso di prevenzione più consapevole e personalizzato.

Prendersi cura della vista oggi è, nei fatti, un investimento sulla propria autonomia futura. Più che mirare al semplice prolungamento della vita e mantenimento della vista in buono stato, l’attenzione si sposta sulla qualità degli anni che abbiamo davanti: la capacità di continuare a leggere, muoversi e restare parte attiva della propria realtà. Una buona funzione visiva è, dopotutto, uno dei pilastri dell’indipendenza. In quest’ottica, il nostro compito è offrire al paziente strumenti clinici e basi scientifiche per orientare con maggiore consapevolezza quelle scelte quotidiane che possono fare la differenza nel lungo periodo.


  1. López-Otín C, Blasco MA, Partridge L, Serrano M, Kroemer G. Hallmarks of aging: An expanding universe. Cell. 2023 Jan 19;186(2):243-278. doi: 10.1016/j.cell.2022.11.001. Epub 2023 Jan 3. PMID: 36599349.
  2. Kammoun S, Rekik M, Dlensi A, Aloulou S, Smaoui W, Sellami S, Trigui K, Gargouri R, Chaari I, Sellami H, Elatoui D, Khemakhem N, Hadrich I, Neji S, Abdelmoula B, Bouayed Abdelmoula N. The gut-eye axis: the retinal/ocular degenerative diseases and the emergent therapeutic strategies. Front Cell Neurosci. 2024 Sep 26;18:1468187. doi: 10.3389/fncel.2024.1468187. PMID: 39391760; PMCID: PMC11464360.
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