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La ricerca scientifica mostra che seguire lo sport attiva il cervello, stimola le emozioni e rafforza il senso di comunità.

Non è solo entusiasmo da tifosi. Quando seguiamo una gara, quando tratteniamo il fiato davanti a un salto o a un traguardo, nel nostro cervello succede qualcosa di molto concreto: si attivano i circuiti della ricompensa, quelli che regolano piacere, motivazione e partecipazione emotiva. Aumentano i neurotrasmettitori legati al piacere e entrano in funzione i neuroni specchio che ci fanno “sentire” l’azione degli atleti. In altre parole, mentre guardiamo lo sport il cervello partecipa davvero. Ed è una cosa buona.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha iniziato a studiare con maggiore precisione cosa succede nella mente degli spettatori. Uno degli studi più citati è quello guidato dal professor Shintaro Sato della Waseda University di Tokyo, pubblicato sulla rivista Sport Management Review. Analizzando il comportamento di persone che seguono regolarmente eventi sportivi e osservando l’attività cerebrale con risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno visto che chi guarda sport attiva con più intensità le aree del cervello legate alla ricompensa, cioè quelle coinvolte nelle esperienze di piacere e gratificazione.

Il dato interessante è che questa attivazione non è episodica. Chi segue lo sport con continuità mostra una relazione stabile tra questa esperienza emotiva e alcuni indicatori di benessere psicologico. Il cervello, in sostanza, registra l’emozione della competizione come qualcosa di stimolante e gratificante.

Un secondo studio, condotto dai ricercatori della Anglia Ruskin University di Cambridge nel Regno Unito e pubblicato sul Journal of Public Health, ha analizzato i dati di oltre settemila adulti britannici. Il risultato è piuttosto chiaro: assistere a eventi sportivi dal vivo è associato a livelli più alti di soddisfazione per la vita e a una percezione più forte del proprio valore personale. Non solo. Secondo i ricercatori, l’effetto positivo è legato soprattutto alla dimensione sociale dell’esperienza: condividere emozioni, tensione e risultato con altre persone riduce la percezione di solitudine e rafforza il senso di appartenenza.

A rendere lo sport così coinvolgente contribuisce anche un meccanismo neurologico ben noto: quello dei neuroni specchio. Scoperti negli anni Novanta dal gruppo di ricerca guidato dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti all’Università di Parma, questi neuroni si attivano sia quando compiamo un’azione sia quando osserviamo qualcun altro compierla. È il motivo per cui reagiamo fisicamente davanti a un gesto atletico: stringiamo i pugni, tratteniamo il respiro, ci irrigidiamo davanti a un momento decisivo. Il cervello sta simulando quell’azione.

Durante una gara entrano poi in gioco diversi mediatori chimici. L’attesa e l’eccitazione favoriscono il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore legato alla ricompensa; i momenti di tensione attivano adrenalina e cortisolo; le interazioni sociali – un’esultanza condivisa, una stretta di mano, un abbraccio tra tifosi – possono stimolare la produzione di ossitocina, l’ormone che rafforza i legami sociali.

La conclusione, allora è semplice.

Lo sport non agisce solo sui muscoli degli atleti, ma anche sulla mente di chi guarda. Tifare, seguire una gara, condividere una partita significa attivare attenzione, emozioni e relazioni. Ed è anche per questo che gli eventi sportivi riescono a coinvolgere milioni di persone: perché non sono solo spettacolo, ma un’esperienza che il cervello vive in prima persona. Anche quando siamo seduti sugli spalti, o sul divano.

Anche il cervello, a quanto pare, ama lo sport. Meglio approfittarne: appuntamento davanti alla TV, ci aspettano le Paralimpiadi di Cortina.