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	<title>Angela Maria Dilillo, Autore presso Salute è</title>
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	<description>Sorridi al tuo benessere</description>
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	<title>Angela Maria Dilillo, Autore presso Salute è</title>
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		<title>Quando l’amore non basta: fuori dal copione materno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angela Maria Dilillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jun 2025 09:37:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La maternità non è sempre luce e felicità. L’articolo esplora il tema dell’ambivalenza materna, spesso taciuto o colpevolizzato. Attraverso lenti psicoanalitiche e testimonianze reali, si riflette sul dolore, la fragilità e la solitudine che molte madri vivono in silenzio. Viene messo in discussione il modello culturale della madre perfetta e si propone una narrazione più autentica, dove anche le emozioni difficili trovano spazio e dignità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.salute-e.it/2025/06/06/quando-lamore-non-basta-fuori-dal-copione-materno/">Quando l’amore non basta: fuori dal copione materno</a> proviene da <a href="https://www.salute-e.it">Salute è</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La maternità è spesso raccontata come una delle esperienze più luminose della vita. “Vedrai, sarà l’emozione più bella di tutte”, dicono. Eppure, per molte donne, dietro quel racconto si nasconde una realtà più ambigua, più faticosa, spesso dolorosa. Una realtà fatta di notte insonni e pensieri inconfessabili, di momenti in cui l’amore c’è, ma non basta. Di giorni in cui la maternità non rende felici, ma fragili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’epoca in cui si parla tanto di <em>empowerment femminile</em>, il lato oscuro della maternità resta un tabù. Non si può dire, o non si dovrebbe dire, che a volte si desidera scappare, che il figlio può sembrare un ostacolo, un peso, una fonte di angoscia. Ma è proprio in questo spazio silenziato che si annida l’ambivalenza materna: un sentimento umano, universale, eppure profondamente colpevolizzato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’amore imperfetto: la maternità reale secondo la psicoanalisi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nella teoria psicoanalitica, l’ambivalenza materna non è un’anomalia, ma una condizione fisiologica dell’essere madre. Già <strong>Melanie Klein</strong>, negli anni trenta, descrisse come la madre viva internamente un conflitto tra amore e aggressività verso il neonato. Una tensione che non nasce dalla mancanza di affetto, ma dalla potenza del legame, che risveglia emozioni primitive, archetipiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso modo, <strong>Donald Winnicott</strong> — altro gigante della psicologia infantile — sosteneva che la madre non deve essere perfetta, ma “sufficientemente buona”. Cioè in grado di fallire, a volte, ma di restare comunque in relazione. Questo concetto rivoluzionario, oggi più attuale che mai, apre uno spazio di umanità: amare non significa non sbagliare, né tantomeno non soffrire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, queste idee restano spesso confinate agli studi clinici. Nel vissuto quotidiano, le madri continuano a confrontarsi con un ideale rigido, quasi sacrale, che non lascia spazio all’errore, alla fatica, né tantomeno all’ambivalenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quando la maternità fa male: esperienze reali</strong></h2>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Quando è nato mio figlio, ho provato una felicità intensa. Ma poi, ogni giorno, ho iniziato a sentirmi svuotata. Avevo voglia di piangere, sempre. Non riuscivo a dirlo a nessuno, nemmeno al mio compagno. Mi sentivo mostruosa.”</em><br>Elena, 34 anni, insegnante</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La testimonianza di Elena è tutt’altro che rara. Molte donne raccontano esperienze simili: un senso di solitudine sorda, pensieri disturbanti, come l’idea di non voler più vedere il proprio bambino. Questi pensieri, se non elaborati, possono sfociare in forme di sofferenza psichica come:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Depressione post-partum</strong> (che colpisce il 10–15% delle madri, secondo l’OMS) Ansia pervasiva o stati dissociativi</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Sentimenti di rifiuto</strong> verso il neonato o verso sé stesse</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Autocolpevolizzazione</strong> <strong>cronica</strong>, alimentata da un confronto continuo con l’ideale materno</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">In alcuni casi estremi, questi stati si trasformano in veri e propri rifiuti patologici della maternità, come descritto dalla psicopatologia perinatale. Ma nella maggior parte dei casi, si tratta di ambivalenze normali, non patologiche, che diventano insostenibili solo quando vengono negate, isolate, giudicate.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il ruolo della cultura: un modello irrealistico</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Viviamo in una società che promuove una maternità performativa, onnipotente, sempre sorridente. Basta guardare i social: influencer con neonati in braccio e trucco impeccabile, madri multitasking che cucinano, allattano e lavorano contemporaneamente. Un’estetica che cancella il conflitto, la stanchezza, la paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma dove si colloca, in questo immaginario, la madre che non dorme da giorni? Quella che piange nel bagno, in silenzio? Quella che pensa, per un attimo, che tutto questo sia troppo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pressione culturale — amplificata da media, manuali e talvolta anche dal mondo medico — crea un modello materno irraggiungibile. Chi non vi si riconosce si sente “sbagliata”, si chiude nel silenzio, si vergogna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo isolamento emotivo è uno dei principali ostacoli alla richiesta d’aiuto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prendersi cura dell’ambivalenza: non è colpa, è complessità</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Fortunatamente, oggi esistono spazi di ascolto sempre più consapevoli. Percorsi psicoterapeutici, gruppi di sostegno alla genitorialità, centri perinatali lavorano per legittimare la parola delle madri, offrendo uno spazio in cui anche le emozioni “brutte” possano essere nominate senza timore di condanna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La terapia psicodinamica, per esempio, si concentra sul riconoscimento e l’elaborazione dell’ambivalenza: dare voce alla rabbia, alla frustrazione, al senso di colpa, per reintegrarli nel sé materno. La psicologia sistemico-relazionale lavora invece sulle reti familiari e sociali, cercando di ricostruire un contesto che sostenga — e non isoli — la donna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Ho imparato a perdonarmi. A dire: oggi non ce la faccio. A sapere che non sono una madre peggiore per questo.”</em><br>Francesca, 38 anni, madre di due</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusione: restituire umanità alla maternità</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la maternità fa male, non è la madre a essere sbagliata, ma il contesto che non lascia spazio alla sua complessità. Riconoscere il dolore, l’ambivalenza, la fatica, non significa disprezzare la maternità, ma renderla più vera, più umana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo bisogno di una nuova narrazione materna: meno idealizzata, più autentica. Una maternità che includa anche la paura, la solitudine, la rabbia. Che accolga il limite, la fragilità. Che sia competenza, non un istinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che permetta alle donne di essere madri, sì, ma anche persone intere, con tutte le loro contraddizioni.</p>



<p class="has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#abb7c230">Angela Maria Dilillo &#8211; Psicologa Clinica e Infermiera</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Troppo da vivere, troppo da perdere: l’ansia delle scelte moderne</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2025/05/21/troppo-da-vivere-troppo-da-perdere-lansia-delle-scelte-moderne/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Angela Maria Dilillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2025 07:46:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viviamo sommersi da opportunità e stimoli, ma la libertà di scegliere può trasformarsi in una trappola. FOMO (Fear of Missing Out) e FOBO (Fear of Better Options) sono due facce dell’ansia da scelta che condizionano la vita moderna. Questo articolo approfondisce le cause, i sintomi e le soluzioni per affrontare queste dinamiche psicologiche, proponendo strumenti pratici per vivere con maggiore intenzionalità e serenità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.salute-e.it/2025/05/21/troppo-da-vivere-troppo-da-perdere-lansia-delle-scelte-moderne/">Troppo da vivere, troppo da perdere: l’ansia delle scelte moderne</a> proviene da <a href="https://www.salute-e.it">Salute è</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Viviamo in un mondo dove le possibilità sembrano infinite. Siamo costantemente connessi, esposti a mille stimoli, inviti, opportunità, eventi. La libertà di scegliere, che dovrebbe rappresentare il massimo della conquista individuale, è diventata — paradossalmente — una delle principali fonti di ansia della nostra epoca. Due acronimi ben riassumono questa condizione: <strong>FOMO</strong> e <strong>FOBO</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due facce della stessa medaglia, che raccontano l’incapacità sempre più diffusa di decidere con serenità, nell’era delle infinite possibilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Che cos’è la FOMO</h2>



<p class="wp-block-paragraph">FOMO significa letteralmente “paura di perdersi qualcosa”. È quella sensazione di ansia che proviamo quando vediamo gli altri partecipare a esperienze che noi non stiamo vivendo: una festa, un viaggio, un evento, anche solo una cena tra amici. L’avvento dei social media ha amplificato esponenzialmente questo fenomeno: scorrere Instagram e vedere storie di persone apparentemente sempre felici, attive e circondate da amici può generare una profonda insoddisfazione.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Mentre ero a casa a lavorare su un progetto, ho visto le storie dei miei amici a un concerto. Ho sentito come se stessi sbagliando tutto, come se stessi perdendo la vita vera.&#8221; — Marta, 29 anni, designer</p>
</blockquote>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo recenti studi, la FOMO è direttamente correlata a livelli più bassi di soddisfazione personale, scarsa autostima e difficoltà a concentrarsi. Chi soffre di FOMO tende a essere iperconnesso, ha difficoltà a restare nel presente e manifesta un costante senso di irrequietezza sociale. La vita altrui — o meglio, la sua versione filtrata — diventa uno specchio distorto in cui si misura il proprio valore.</p>



<h2 class="wp-block-heading">FOBO: quando troppe scelte bloccano l’azione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se la FOMO riguarda il timore di rimanere esclusi, la FOBO, acronimo di Fear of Better Options è l’ansia di scegliere. O meglio, di scegliere “male”. Si manifesta come un’incapacità cronica di decidere: ogni opzione sembra interessante, ma non abbastanza; ogni scelta comporta la rinuncia a qualcos’altro, forse migliore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Ci ho messo tre settimane per prenotare un weekend. Ogni volta che trovavo un’offerta, ne compariva una nuova. Alla fine non sono andato da nessuna parte.&#8221; — Luca, 35 anni, consulente</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Il termine è stato coniato da Patrick McGinnis, imprenditore e scrittore statunitense, lo stesso che ha dato nome alla FOMO. Secondo McGinnis, FOBO rappresenta il lato oscuro della razionalità: un perfezionismo paralizzante che ci fa rimandare scelte anche banali, come ordinare al ristorante o scegliere un film su una piattaforma streaming.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quali sono le radici di queste ansie moderne? FOMO e FOBO non nascono dal nulla. Sono il prodotto di una società sovraccarica di stimoli, dove tutto è accessibile — almeno in teoria — e ogni scelta sembra definitiva. In questo contesto, la libertà si trasforma in angoscia da performance, e il desiderio di vivere “al massimo” si tramuta in una costante sensazione di mancanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è stato ben descritto dallo psicologo Barry Schwartz nel suo libro “The Paradox of Choice”, dove spiega che più aumentano le opzioni, più diminuisce la nostra felicità. Il nostro cervello, infatti, è progettato per scegliere tra un numero limitato di alternative. Quando le possibilità si moltiplicano, si attiva la “ansia anticipatoria”, con un aumento del cortisolo e una riduzione delle capacità decisionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per non parlare delle conseguenze:i risvolti di FOMO e FOBO sono tutt’altro che teorici. Possono compromettere il benessere soggettivo, le relazioni interpersonali e persino la carriera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi soffre di FOMO tende a dire sempre sì, sovraccaricando la propria agenda per non perdersi nulla — salvo poi arrivare esausto o non godersi pienamente nessuna attività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi vive nella FOBO può rimanere incastrato in una fase decisionale infinita, evitando di scegliere un lavoro, una casa, un partner, per paura che possa esistere qualcosa di meglio. Il risultato? Paralisi, frustrazione, isolamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso le due condizioni si alimentano a vicenda. Chi ha FOMO prende decisioni impulsive per “non restare indietro”, ma poi, una volta inserito in mille attività, sperimenta FOBO, dubitando di aver scelto le cose giuste. Un circolo vizioso che logora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano clinico, FOMO e FOBO sono oggi oggetto di crescente attenzione. Le terapie cognitive e comportamentali stanno sviluppando approcci mirati:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mindfulness e ACT (Acceptance and Commitment Therapy) sono efficaci contro la FOMO. Aiutano le persone a stare nel presente, a riconoscere i propri valori autentici e a ridurre il confronto sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contro la FOBO, si lavora su accettazione dell’incertezza e “buona imperfezione”: si aiuta la persona a capire che non esiste la scelta perfetta, ma solo quella che risponde ai propri bisogni attuali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nella vita quotidiana possiamo iniziare da piccole azioni:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Disconnettersi dai social media per alcune ore al giorno</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>Fare “scelte consapevoli” anche nelle decisioni più semplici (es. “oggi scelgo questo ristorante, senza controllare mille alternative”)</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>Dare priorità a ciò che conta davvero, evitando il multitasking relazionale</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>Allenarsi a “scegliere e lasciar andare”, ricordando che ogni decisione è anche un atto di libertà</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">FOMO e FOBO sono due manifestazioni dell’ansia da scelta nell’era digitale. Riconoscerle è il primo passo per disinnescarle. In un mondo dove tutto sembra possibile, imparare a decidere con intenzione, accettando i limiti, può diventare una forma di liberazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, in fondo, vivere non è “non perdersi nulla”, ma scegliere ciò che per noi ha senso — e starci dentro, con tutto noi stessi.</p>



<p class="has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#abb7c230">Angela Maria Dilillo &#8211; Psicologa Clinica e Infermiera</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.salute-e.it/2025/05/21/troppo-da-vivere-troppo-da-perdere-lansia-delle-scelte-moderne/">Troppo da vivere, troppo da perdere: l’ansia delle scelte moderne</a> proviene da <a href="https://www.salute-e.it">Salute è</a>.</p>
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