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	<title>Enrica Marcenaro, Autore presso Salute è</title>
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	<description>Sorridi al tuo benessere</description>
	<lastBuildDate>Thu, 02 Jul 2026 12:40:40 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Enrica Marcenaro, Autore presso Salute è</title>
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	<item>
		<title>Anche i farmaci soffrono il caldo</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/07/02/anche-i-farmaci-soffrono-il-caldo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 12:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Esperto Risponde]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con l'arrivo dell'estate, tra valigie e creme solari, c'è un dettaglio spesso trascurato: anche i farmaci soffrono il caldo. Temperature elevate, umidità e raggi solari possono alterarne la stabilità, riducendone l'efficacia e talvolta compromettendone la sicurezza. Non si tratta solo di terapie croniche: anche antidolorifici, antibiotici, contraccettivi e farmaci da viaggio possono risentire di una conservazione scorretta.Poche regole semplici aiutano a evitare rischi: leggere sempre il foglio illustrativo, conservare i medicinali sotto i 25°C al riparo da luce e fonti di calore, e utilizzare borse termiche per gli spostamenti più lunghi. Alcuni farmaci, come l'insulina, vaccini, prodotti ormonali e colliri, richiedono conservazione rigorosa in frigorifero. È inoltre importante prestare attenzione ai cambiamenti di colore, odore o consistenza delle compresse, e sapere che alcuni principi attivi (antibiotici, FANS, pillola anticoncezionale, gel al ketoprofene) aumentano la sensibilità della pelle al sole.Infine, meglio non separare mai i farmaci dalla confezione originale, che protegge da luce e umidità e permette di consultare scadenza e dosaggio. Per non dimenticare le terapie in vacanza, può essere utile l'app gratuita "AIFA Medicinali", che aiuta a gestire promemoria e informazioni sui farmaci. Un piccolo gesto di attenzione che garantisce sicurezza ed efficacia delle cure anche durante le ferie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.salute-e.it/2026/07/02/anche-i-farmaci-soffrono-il-caldo/">Anche i farmaci soffrono il caldo</a> proviene da <a href="https://www.salute-e.it">Salute è</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Valigia pronta, crema solare nel beauty case, borraccia riempita. Prima di partire per le vacanze, però, c&#8217;è un dettaglio che spesso passa inosservato: anche i farmaci possono soffrire il caldo. Temperature elevate, umidità e raggi solari possono infatti alterarne la stabilità, riducendone l&#8217;efficacia e, in alcuni casi, compromettendone la sicurezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non riguarda soltanto chi segue terapie croniche. Anche medicinali di uso comune, come antidolorifici, antibiotici, contraccettivi o farmaci da tenere nel kit di pronto soccorso da viaggio, possono risentire delle alte temperature se conservati in modo scorretto. Bastano poche semplici precauzioni, a partire dalla lettura del foglio illustrativo, per evitare spiacevoli sorprese e continuare le terapie in sicurezza anche durante l&#8217;estate.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>1.Il primo alleato è il foglio illustrativo</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni farmaco ha caratteristiche diverse e non esistono regole valide per tutti. Per questo è importante leggere sempre il foglio illustrativo, che indica le corrette modalità di conservazione e la temperatura da rispettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In assenza di indicazioni specifiche, i medicinali dovrebbero essere conservati in un luogo fresco e asciutto, a una temperatura inferiore ai 25 °C, lontano dalla luce diretta del sole e da fonti di calore. È una semplice precauzione che può fare la differenza nel mantenere inalterata l&#8217;efficacia della terapia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>2. Come trasportare i farmaci in viaggio</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Durante gli spostamenti estivi è facile che i medicinali vengano esposti a temperature elevate. Per questo, nei viaggi più lunghi, è consigliabile utilizzare una borsa termica o un contenitore refrigerato, soprattutto per quei farmaci che richiedono particolari condizioni di conservazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In auto è preferibile riporli nell&#8217;abitacolo, dove la temperatura è generalmente più bassa rispetto al portabagagli, evitando comunque di lasciarli nell&#8217;auto parcheggiata sotto il sole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si viaggia in aereo, i farmaci indispensabili e quelli salvavita dovrebbero essere trasportati nel bagaglio a mano insieme all&#8217;eventuale prescrizione medica. I liquidi fino a 100 ml possono essere portati a bordo secondo le norme di sicurezza, mentre compresse e capsule non sono soggetti a particolari restrizioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>3. I medicinali più sensibili alle alte temperature</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni farmaci sono particolarmente vulnerabili al caldo e richiedono una conservazione rigorosa. L&#8217;insulina, ad esempio, deve essere mantenuta in frigorifero tra 2 e 8 °C e non deve mai essere congelata. Analoghe precauzioni possono essere necessarie per alcuni vaccini, farmaci biologici, prodotti ormonali, colliri e antibiotici ricostituiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche i farmaci per la tiroide, i contraccettivi ormonali e altri medicinali a base di ormoni possono risentire delle variazioni di temperatura. Per questo è fondamentale attenersi sempre alle indicazioni riportate nel foglio illustrativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>4. Se cambia aspetto, è meglio non improvvisare</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un cambiamento di colore, odore o consistenza può essere un campanello d&#8217;allarme. Compresse che appaiono ammorbidite, liquidi con particelle in sospensione o confezioni danneggiate meritano attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Va ricordato, però, che non sempre un farmaco deteriorato presenta alterazioni visibili. Se si hanno dubbi sul suo stato di conservazione è opportuno consultare il medico o il farmacista prima di assumerlo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>5. Attenzione ai farmaci che aumentano la sensibilità al sole</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In estate non è importante solo conservare bene i medicinali. Alcuni principi attivi possono infatti aumentare la sensibilità della pelle ai raggi ultravioletti, provocando reazioni come arrossamenti, dermatiti o eczemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i farmaci più frequentemente coinvolti ci sono alcuni antibiotici, i sulfamidici, gli antinfiammatori non steroidei (FANS), alcuni antistaminici, la pillola anticoncezionale e farmaci utilizzati per le malattie infiammatorie intestinali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolare attenzione richiedono anche i gel e i cerotti a base di ketoprofene: dopo il loro utilizzo è necessario evitare l&#8217;esposizione al sole per almeno due settimane, seguendo le indicazioni riportate nel foglio illustrativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>6. Mai senza la confezione originale</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per risparmiare spazio in valigia può essere forte la tentazione di trasferire le compresse in un unico contenitore o in un portapillole. Tuttavia, quando possibile, è preferibile mantenere i medicinali nella confezione originale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scatola e blister non solo proteggono il farmaco da luce e umidità, ma permettono anche di consultare facilmente la data di scadenza, il dosaggio e tutte le informazioni utili. Inoltre, in caso di necessità durante il viaggio, la confezione facilita il dialogo con medici e farmacisti e aiuta a identificare correttamente il medicinale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>7. App che aiutano</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le vacanze cambiano ritmi e abitudini e dimenticare una terapia è più facile del previsto. Per questo può essere utile ricorrere a strumenti come l&#8217;app gratuita &#8220;AIFA Medicinali&#8221;, disponibile per dispositivi Android e iOS, che consente di creare il proprio armadietto farmaceutico digitale, impostare promemoria per l&#8217;assunzione dei medicinali e ricevere informazioni su eventuali carenze dei farmaci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conservare correttamente i medicinali è un gesto semplice, ma fondamentale. Bastano pochi accorgimenti per proteggerli dal caldo e assicurarsi che continuino a svolgere la loro funzione nel modo previsto. Perché anche in vacanza la sicurezza delle terapie non va in ferie.</p>
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		<title>Sclerosi multipla, il 2026 della svolta</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/05/27/sclerosi-multipla-il-2026-della-svolta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 09:16:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sclerosi multipla sta vivendo una rivoluzione silenziosa. Dal congresso FISM 2026 emerge un nuovo paradigma: non più aspettare il danno neurologico, ma prevenirlo con diagnosi precoce, monitoraggio continuo e terapie innovative. Una trasformazione che cambia la prospettiva clinica e sociale della malattia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Per decenni la sclerosi multipla è stata la malattia dell’attesa.<br>Aspettare il prossimo attacco. Aspettare il prossimo sintomo. Aspettare di perdere un altro pezzo di autonomia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E avere paura di quel peggioramento che ti avrebbe tolto autonomia e futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi non è più così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo il punto storico che emerge con forza dal congresso FISM 2026: la sclerosi multipla ha compiuto un salto enorme. Non piccolo. Non solo tecnico. Un salto di paradigma. Una rivoluzione silenziosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La SM è passata dall’essere una malattia neurologica quasi inarrestabile a una malattia che, in moltissimi casi, può essere gestita, rallentata, controllata per an</strong>ni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non guarita. Ma governata. Che è una differenza gigantesca.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli anni ’80 &nbsp;e &nbsp;’90 il neurologo aveva pochissimi strumenti. La diagnosi arrivava tardi. Le risonanze erano meno precise. I farmaci quasi inesistenti. E quando il danno neurologico emergeva, spesso era già consolidato. La logica era disarmante nella sua impotenza: “vediamo cosa succede”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi la logica è esattamente opposta: <strong>“interveniamo prima che il danno si accumuli”</strong>. È la medicina della prevenzione applicata alla sclerosi multipla. Eccola qui la rivoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La sclerosi multipla non è più la malattia dell’attesa. Viene intercettata il prima possibile. Anticipata. Monitorata. Contrastata subito.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché oggi la SM è considerata una corsa contro il tempo biologico: prima individui la malattia, più cervello, mielina e funzioni riesci a salvare. È per questo che negli ultimi anni tutto si è spostato sulla diagnosi precoce, sulla terapia immediata, sul monitoraggio continuo, sulla personalizzazione delle cure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La malattia non viene più inseguita. Viene prevenuta nel suo avanzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E i farmaci hanno cambiato radicalmente il panorama.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima esistevano terapie con efficacia limitata. Oggi esistono trattamenti che riescono, in molte persone, quasi a spegnere l’attività infiammatoria della malattia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tradotto nella vita reale significa una cosa molto concreta: <strong>una persona può non avere ricadute per anni. Può non accumulare nuova disabilità. Può continuare a lavorare, fare progetti, avere figli, mantenere autonomia molto più a lungo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera notizia degli ultimi dieci anni è questa: la traiettoria naturale della sclerosi multipla è cambiata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta la domanda era: “Quanto velocemente peggiorerà?”</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Oggi, sempre più spesso, la domanda è un’altra: “Come facciamo a mantenerla stabile il più a lungo possibile?”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambio di paradigma è totale. E non riguarda soltanto farmaci e terapie. È cambiato il modo stesso di guardare la malattia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni la sclerosi multipla è stata raccontata quasi esclusivamente come disabilità fisica. Oggi sappiamo che è molto più complessa: fatica cronica, disturbi cognitivi, infiammazione invisibile, impatto psicologico, lavoro, famiglia, qualità della vita, relazioni sociali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il concetto moderno non è più soltanto “tenere in piedi il paziente”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda vera è: “Come permettiamo a una persona di vivere bene per decenni nonostante la malattia?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui si apre la nuova frontiera della ricerca. Che significa non bloccare “solo” il danno. Ma provare a ripararlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca oggi lavora sulla rimielinizzazione, sulla neuroprotezione, sulla rigenerazione, sulla medicina personalizzata, sui biomarcatori predittivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tradotto: non ci si accontenta più di rallentare la malattia. <strong>Si prova a recuperare funzioni attraverso la neuroriabilitazione e processi terapeutici innovativi, a proteggere il sistema nervoso, a prevenire il danno prima ancora che si manifesti.</strong> Tutto questo fino a pochi anni fa sembrava fantascienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, una contraddizione enorme esiste ancora. Perché se a scienza corre velocissima, il sistema molto meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi il problema della sclerosi multipla non è soltanto clinico. È organizzativo, sociale, economico, culturale. Una persona può avere accesso ai farmaci più avanzati e poi perdere mesi tra visite e burocrazia, non trovare riabilitazione, non avere supporto psicologico, dover combattere per mantenere il lavoro, sentirsi sola nella gestione quotidiana della malattia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che emerge un nuovo nervo scoperto. Perché mentre la ricerca ha trasformato la SM in una condizione sempre più governabile, la gestione della malattia non può più ricadere soltanto sulla singola persona e sulla sua famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La qualità della vita oggi dipende dalla capacità del sistema di accompagnare quella persona dentro una vita normale: continuità di cura, inclusione, lavoro, autonomia, accessibilità, diritti realmente esigibili. Davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sclerosi multipla, allora, non è più soltanto la storia di una malattia neurologica. È il test della capacità di una società di trasformare il progresso scientifico in vita reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La rivoluzione medica, in larga parte, è già iniziata. La vera sfida è un’altra: fare in modo che questa rivoluzione diventi anche sociale.</strong></p>
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		<title>Sclerosi multipla: cosa ci dice un nuovo studio sulla depressione</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/05/04/sclerosi-multipla-cosa-ci-dice-un-nuovo-studio-sulla-depressione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 09:11:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Benessere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La depressione nella sclerosi multipla non è solo una reazione psicologica alla malattia, ma può avere una base neurobiologica precisa. Un recente studio pubblicato sul BMJ evidenzia alterazioni nei circuiti della ricompensa e nella regolazione della dopamina, indipendenti dai danni strutturali della SM. Una scoperta che apre a nuovi approcci terapeutici integrati e contribuisce a superare lo stigma legato ai disturbi dell’umore.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è un equivoco che resiste testardo, quando si parla di sclerosi multipla. L’idea che tutto ciò che riguarda l’umore, la tristezza che non passa, la fatica emotiva che diventa quel senso di vuoto difficile da spiegare, sia “solo” una reazione psicologica alla SM. Ma non sempre è così semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo dice uno studio appena pubblicato sul BMJ (<em>Journal of Neurology, Neurosurgery &amp; Psychiatry</em>), finanziato da AISM e FISM. Sposta il punto di vista con una certa decisione: la depressione nella sclerosi multipla è qualcosa che nasce dentro il cervello, nei suoi meccanismi più fini. <strong>Il lavoro, guidato dalla professoressa Matilde Inglese tra Università degli Studi di Genova e l’Ospedale Policlinico San Martino, parte da una domanda che sembra semplice ma non lo è affatto: perché la depressione è così frequente e pesante per le persone con SM?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per cercare questa risposta, i ricercatori sono andati a guardare dove spesso non si guarda abbastanza: nei circuiti che regolano motivazione, piacere, spinta ad agire. Il cosiddetto sistema della ricompensa. Quello che, nella vita quotidiana, ci fa alzare dal letto con un minimo di slancio, ci fa dire “ok, proviamoci”, ci restituisce un frammento di soddisfazione. Che quando funziona, quasi non ce ne accorgiamo. Ma quando si inceppa, invece, si sente. Eccome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire cosa succede davvero, il team ha usato una risonanza magnetica a 3 Tesla (quella installata al San Martino nel 2018 grazie a FISM) uno strumento potente, preciso, che permette di osservare il cervello mentre “lavora”, mentre le varie zone di esso comunicano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire, appunto, come si parlano le diverse aree del cervello. Non basta sapere che si attivano insieme: bisogna vedere chi prende l’iniziativa, chi spinge, chi resta a rimorchio. Perché non tutte le connessioni sono uguali, e non tutte pesano allo stesso modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio lì che qualcosa cambia. <strong>Nelle persone con sclerosi multipla che vivono anche una depressione, questo sistema della ricompensa mostra alterazioni evidenti. Non piccole sfumature, ma differenze nette.</strong> Ben più marcate rispetto a quelle che si osservano nelle persone con depressione maggiore senza sclerosi multipla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un passaggio ancora più interessante, quasi spiazzante. Queste alterazioni non dipendono direttamente dai danni strutturali della malattia (le lesioni, l’atrofia). Non sono semplicemente “un effetto collaterale”. Ma come se la depressione avesse una sua strada, parallela, con regole proprie.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Al centro di tutto sembra esserci la dopamina. Il neurotrasmettitore che regola desiderio, motivazione, piacere.</strong> Quello che, in qualche modo, ci mette in moto. Se il segnale si altera, se si fa più debole o disordinato, cambia il modo in cui percepiamo le cose. Non è solo tristezza. È una specie di scollegamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E allora il punto non è più soltanto “come ti senti”, ma anche “cosa sta succedendo”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo cambia il modo di guardare alla depressione nella sclerosi multipla. E cambia, inevitabilmente, anche il modo di trattarla. Perché se c’è una base neurobiologica specifica, serve un approccio che tenga insieme più competenze: neurologia, psichiatria, psicologia, neuroimaging. Non a compartimenti stagni, ma in dialogo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cambia però anche qualcosa di più sottile, ma fondamentale. Togliere alla depressione quell’ombra che spesso si porta dietro. Non è affatto debolezza o non riuscire a reagire abbastanza. È, almeno in parte, biologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca non risolve tutto, certo. Ma ogni tanto rimette a fuoco. E quando succede, anche solo un po’, il peso si sposta. Cambia forma. E già questo, per qualcuno, può fare la differenza.</p>
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		<title>Le cure miracolose non esistono</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/04/01/le-cure-miracolose-non-esistono/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 13:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le cure miracolose non esistono: ecco i rischi delle terapie non autorizzate, dalle cellule staminali alle fake news sanitarie. Come riconoscerle e proteggersi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In Italia sono oltre 24 milioni le persone a convivere con una malattia cronica. Nel mondo, più di una persona su tre vive con una condizione cronica, spesso senza una cura definitiva. Non è solo un dato sanitario. È una mappa enorme di fragilità, di attese, di domande aperte.<br>Ed è anche, inevitabilmente, un mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché dove la medicina non ha ancora tutte le risposte, qualcun altro prova a offrirne di più semplici, più rapide, più rassicuranti. Le cosiddette “cure miracolose” si infilano esattamente lì: nello spazio tra ciò che la scienza può garantire e ciò che le persone, comprensibilmente, sperano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una dinamica nuova. Anche la sclerosi multipla, prima di diventare una malattia studiata e trattata con strumenti sempre più avanzati, è stata a lungo un territorio incerto. Ma oggi il meccanismo ha cambiato scala, linguaggio, velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta più solo di credenze isolate. È diventato un sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il documento dell’AIFA lo descrive con chiarezza: esiste una nuova e preoccupante tendenza legata a presunti trattamenti (in particolare a base di cellule staminali) venduti online, promossi sui social o addirittura proposti a domicilio, spesso da strutture con sede all’estero. Non solo non esiste alcun beneficio dimostrato, ma i rischi possono essere molto gravi, con possibili infezioni, complicanze neurologiche ed effetti collaterali severi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E questo è il punto: non siamo davanti a terapie “alternative”. Siamo davanti a pratiche che non curano e che possono fare male.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se può sembrare che riguardi pochi, che accada lontano, non è così. Non è affatto un fenomeno marginale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo racconta in modo molto concreto anche un’inchiesta recente di <em>PresaDiretta</em>, andata in onda su Rai3, che ha seguito il percorso di alcune presunte terapie a base di cellule staminali fino a una “sede italiana” che, semplicemente, non esiste. Promesse credibili, contatti strutturati, richieste economiche importanti: tutto costruito per sembrare una proposta sanitaria reale. Ma di reale non c’è nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel servizio emerge con chiarezza il nodo centrale: queste pratiche si muovono in una zona grigia costruita per confondere, dove il linguaggio della ricerca viene usato fuori contesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che la voce della scienza torna a fare chiarezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’inchiesta intervengono anche figure di riferimento della ricerca sulla sclerosi multipla: <strong>Mario Alberto Battaglia, presidente della Fondazione Italiana Sclerosi Multipa (FISM)</strong>, e <strong>Paola Zaratin, direttore della ricerca scientifica della Fondazione</strong>. FISM è il principale ente privato in Italia nel finanziamento e nell’indirizzo della ricerca sulla sclerosi multipla e una delle prime realtà al mondo nel settore. <strong>Il loro messaggio è netto: le terapie con cellule staminali esistono, ma sono poche, mirate e rigidamente regolamentate. Non sono soluzioni universali e non sono accessibili a pagamento fuori da contesti autorizzati.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È una distinzione decisiva, perché smonta uno dei meccanismi più insidiosi: la sovrapposizione tra ricerca vera e proposta commerciale. Ciò che viene proposto non è una cura, ma una promessa senza basi.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-vivid-purple-color has-text-color has-link-color wp-elements-2db1e2727b1e5b386953f4581cd143af">E allora il tema diventa concreto: come ci si difende?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’AIFA indica alcune raccomandazioni semplici ma fondamentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuna terapia a base di cellule staminali manipolate può essere fatta a domicilio: servono strutture ospedaliere qualificate e autorizzate. Le terapie approvate e le sperimentazioni cliniche sono gratuite: se viene richiesto un pagamento per una “cura sperimentale”, è un segnale di allarme. E soprattutto, non esiste una cura valida per tutte le malattie: chi promette soluzioni universali sta semplificando una realtà che, per sua natura, è complessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un altro elemento chiave: le fonti. Le sperimentazioni vere sono pubbliche, tracciabili, consultabili nei registri ufficiali. Non si basano su testimonianze isolate o su siti poco trasparenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alziamo le antenne. Non sono dettagli tecnici: sono strumenti di protezione. Il dubbio è sano, ma va accompagnato da informazioni corrette, non da scorciatoie.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-vivid-purple-color has-text-color has-link-color wp-elements-85fde2e1f55c8ec7661fabbb4d7099ba">E qui entrano in gioco i riferimenti giusti.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">AISM mette a disposizione il Numero Verde <strong>800 80 30 28</strong>, un servizio gratuito di informazione e consulenza dedicato alle persone con sclerosi multipla e alle loro famiglie, insieme al sito ufficiale <a href="https://www.aism.it">https://www.aism.it</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto a questo, il Ministero della Salute offre strumenti concreti per verificare le informazioni, tra cui la sezione dedicata alle fake news sanitarie <a href="https://www.salute.gov.it/portale/fakenews/paginaInternaFakenews.jsp">https://www.salute.gov.it/portale/fakenews/paginaInternaFakenews.jsp</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">E AIFA stessa invita a consultare i registri ufficiali delle sperimentazioni cliniche e a rivolgersi sempre a medici e centri qualificati prima di prendere qualsiasi decisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una rete che esiste, ed è accessibile. Ed è fatta di informazioni affidabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché alla fine la differenza è tutta qui. Non tra chi spera e chi non spera. Ma tra chi si affida a un percorso verificato e chi viene intercettato da una promessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scienza non promette miracoli. Ma offre qualcosa di più solido: strumenti per riconoscere ciò che non lo è. E difenderci da chi specula sulle nostre paure.</p>
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		<title>Tifare fa bene</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/03/10/tifare-fa-bene/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 11:06:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Benessere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Seguire lo sport non è solo passione da tifosi: è un’esperienza che coinvolge profondamente il cervello. Studi scientifici mostrano che guardare una gara attiva i circuiti della ricompensa, stimola il rilascio di neurotrasmettitori legati al piacere e coinvolge i neuroni specchio, che ci fanno “vivere” l’azione degli atleti. Inoltre, condividere le emozioni sportive con altri rafforza il senso di appartenenza e può migliorare il benessere psicologico. Lo sport, quindi, non agisce solo sugli atleti ma anche sulla mente degli spettatori.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>La ricerca scientifica mostra che seguire lo sport attiva il cervello, stimola le emozioni e rafforza il senso di comunità</em>.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Non è solo entusiasmo da tifosi. Quando seguiamo una gara, quando tratteniamo il fiato davanti a un salto o a un traguardo, nel nostro cervello succede qualcosa di molto concreto: si attivano i circuiti della ricompensa, quelli che regolano piacere, motivazione e partecipazione emotiva. Aumentano i neurotrasmettitori legati al piacere e entrano in funzione i neuroni specchio che ci fanno “sentire” l’azione degli atleti. In altre parole, mentre guardiamo lo sport il cervello partecipa davvero. Ed è una cosa buona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha iniziato a studiare con maggiore precisione cosa succede nella mente degli spettatori. Uno degli studi più citati è quello guidato dal professor Shintaro Sato della Waseda University di Tokyo, pubblicato sulla rivista <em>Sport Management Review</em>. Analizzando il comportamento di persone che seguono regolarmente eventi sportivi e osservando l’attività cerebrale con risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno visto che chi guarda sport attiva con più intensità le aree del cervello legate alla ricompensa, cioè quelle coinvolte nelle esperienze di piacere e gratificazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato interessante è che questa attivazione non è episodica. Chi segue lo sport con continuità mostra una relazione stabile tra questa esperienza emotiva e alcuni indicatori di benessere psicologico. Il cervello, in sostanza, registra l’emozione della competizione come qualcosa di stimolante e gratificante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un secondo studio, condotto dai ricercatori della Anglia Ruskin University di Cambridge nel Regno Unito e pubblicato sul <em>Journal of Public Health</em>, ha analizzato i dati di oltre settemila adulti britannici. Il risultato è piuttosto chiaro: assistere a eventi sportivi dal vivo è associato a livelli più alti di soddisfazione per la vita e a una percezione più forte del proprio valore personale. Non solo. Secondo i ricercatori, l’effetto positivo è legato soprattutto alla dimensione sociale dell’esperienza: condividere emozioni, tensione e risultato con altre persone riduce la percezione di solitudine e rafforza il senso di appartenenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere lo sport così coinvolgente contribuisce anche un meccanismo neurologico ben noto: quello dei neuroni specchio. Scoperti negli anni Novanta dal gruppo di ricerca guidato dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti all’Università di Parma, questi neuroni si attivano sia quando compiamo un’azione sia quando osserviamo qualcun altro compierla. È il motivo per cui reagiamo fisicamente davanti a un gesto atletico: stringiamo i pugni, tratteniamo il respiro, ci irrigidiamo davanti a un momento decisivo. Il cervello sta simulando quell’azione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante una gara entrano poi in gioco diversi mediatori chimici. L’attesa e l’eccitazione favoriscono il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore legato alla ricompensa; i momenti di tensione attivano adrenalina e cortisolo; le interazioni sociali &#8211; un’esultanza condivisa, una stretta di mano, un abbraccio tra tifosi &#8211; possono stimolare la produzione di ossitocina, l’ormone che rafforza i legami sociali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La conclusione, allora è semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sport non agisce solo sui muscoli degli atleti, ma anche sulla mente di chi guarda. Tifare, seguire una gara, condividere una partita significa attivare attenzione, emozioni e relazioni. Ed è anche per questo che gli eventi sportivi riescono a coinvolgere milioni di persone: perché non sono solo spettacolo, ma un’esperienza che il cervello vive in prima persona. Anche quando siamo seduti sugli spalti, o sul divano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il cervello, a quanto pare, ama lo sport. Meglio approfittarne: appuntamento davanti alla TV, ci aspettano le Paralimpiadi di Cortina.</p>
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		<title>Prescrivere cultura</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/02/11/prescrivere-cultura/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 09:04:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.salute-e.it/?p=6720</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le evidenze scientifiche dimostrano che la partecipazione culturale può migliorare la salute mentale e ridurre il ricorso alle cure mediche. Dall’analisi dell’OMS su oltre 3.000 studi ai dati dell’University College London, fino al progetto italiano MINERVA, arte e cultura mostrano effetti misurabili su ansia, depressione e benessere percepito. Con il nuovo protocollo tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute, anche in Italia prende forma la “prescrizione culturale”, un modello che punta a integrare stabilmente le esperienze culturali nei percorsi di cura e prevenzione.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nel 2019 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha smesso di parlare di arte e cultura come di un elegante contorno alla salute e ha iniziato a trattarle per quello che sono: un fattore che incide concretamente sul benessere delle persone. Lo ha fatto analizzando oltre 3.000 studi scientifici internazionali, arrivando a una conclusione netta: la partecipazione culturale può contribuire alla prevenzione, sostenere i percorsi di cura e migliorare la qualità della vita, soprattutto nelle condizioni di fragilità, cronicità e malattia neurodegenerativa. Non perché l’arte “cura”, ma perché agisce su determinanti fondamentali della salute come l’isolamento sociale, lo stress, la relazione, la motivazione, il senso di appartenenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da allora, la ricerca ha continuato ad accumulare evidenze. Uno degli studi più citati è quello dell’University College London, che ha valutato programmi museali e di arteterapia inseriti in contesti di welfare e assistenza. I risultati sono tutt’altro che vaghi: tra i partecipanti si è osservata una riduzione del 37% delle visite dal medico di base e del 27% dei ricoveri ospedalieri. Anche l’impatto economico è misurabile: ogni sterlina investita in questi programmi ha generato un ritorno stimato tra quattro e undici sterline, sotto forma di risparmio per il sistema sanitario. Dati che spostano definitivamente il discorso dal piano della sensibilità individuale a quello delle politiche pubbliche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è forse ancora più interessante guardare a ciò che sta accadendo in Italia, dove queste evidenze stanno iniziando a essere verificate sul campo. Il progetto MINERVA, sviluppato con il coinvolgimento del Centro OMS per la salute mentale dell’Università di Verona, ha seguito 103 persone adulte coinvolte in un percorso di visite museali guidate. Dopo solo tre incontri, i risultati mostrano cambiamenti chiari: la percentuale di persone con distress psicologico è scesa dal 67% al 56%; i casi di ansia moderata o grave si sono dimezzati, passando dal 13,6% al 6,8%; quelli di depressione moderata-grave sono diminuiti dall’8,8% al 4,8%. Ma il dato forse più significativo è quello sul benessere percepito: il punteggio medio è aumentato da 13,88 a 15,88, e la quota di partecipanti che dichiara un livello alto di benessere è cresciuta dal 34% al 50%. Tutto questo in poche settimane, con strumenti di valutazione standardizzati e risultati pubblicati in letteratura scientifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Numeri così servono a chiarire un punto fondamentale: non siamo davanti a un effetto suggestivo o a una narrazione gentile. La cultura, quando è accessibile, continuativa e pensata come esperienza relazionale, produce effetti misurabili sulla salute mentale e sul benessere complessivo delle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo quadro, fatto di dati prima ancora che di buone pratiche, che va letta la recente decisione italiana di approvare in Conferenza Stato-Regioni il protocollo d’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute sulla prescrizione culturale. L’obiettivo dichiarato è costruire finalmente un sistema: mappare le esperienze esistenti, raccogliere dati omogenei sulla loro efficacia, definire modelli replicabili e riconoscere alla cultura la possibilità di affiancare le cure mediche come strumento di supporto al benessere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’arte e la cultura stanno alla salute come lo sport: non “curano” in senso stretto, ma sappiamo che senza di esse il rischio di stare peggio aumenta. Esattamente come l’attività fisica, anche la partecipazione culturale può diventare una raccomandazione, un’indicazione, un accompagnamento nei percorsi di cura, a patto che non sia occasionale o lasciata al caso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui si apre la vera sfida: l’offerta. Una prescrizione ha senso solo se esistono attività reali, accessibili, di qualità, distribuite sul territorio. Non eventi sporadici, ma infrastrutture culturali pensate anche come risorse di salute pubblica. Oggi l’Italia resta profondamente diseguale, con territori ricchi di opportunità culturali e altri quasi completamente scoperti. Senza affrontare questo nodo, la prescrizione culturale rischia di restare una buona intenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure le esperienze già attive &#8211; dal teatro prescritto dai pediatri ai musei che lavorano con l’Alzheimer, dalla danza nei luoghi della cultura al circo sociale &#8211; mostrano che la strada è praticabile. Perché la relazione, lo stimolo, il sentirsi parte di una comunità non sono elementi accessori: sono pezzi della salute stessa. L’OMS lo dice con chiarezza, la ricerca lo conferma, i numeri iniziano a dimostrarlo anche in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Quanti microrganismi vivono sul nostro smartphone?</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/01/26/quanti-microrganismi-vivono-sul-nostro-smartphone/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 13:21:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno studio recente fotografa una contaminazione sorprendente, ma invita a distinguere tra presenza e reale rischio di infezione<br />
Gli smartphone ospitano migliaia di microrganismi tra batteri, virus e funghi, come dimostra uno studio pubblicato su Infection, Disease &#038; Health. Ma contaminazione non significa automaticamente infezione. L’articolo analizza i dati scientifici più recenti e chiarisce la differenza fondamentale tra presenza microbica e reale rischio clinico, sottolineando il ruolo decisivo dell’igiene delle mani e delle corrette pratiche quotidiane nel prevenire la trasmissione.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Duemiladuecentoquattro microrganismi su un solo smartphone. Ottocentoottantadue batteri, più di milleduecento virus, decine di funghi e persino qualche protozoo, insieme a geni di resistenza agli antibiotici e fattori di virulenza. Numeri che colpiscono, ma che da soli non raccontano ancora la storia. Sono il punto di partenza di uno studio scientifico pubblicato nel 2024 sulla rivista <em>Infection, Disease &amp; Health</em>, testata internazionale di area medico-sanitaria edita da Elsevier e disponibile su ScienceDirect. L’articolo, firmato da Matthew Olsen e colleghi, si intitola <em>“Microbial laden mobile phones from international conference attendees pose potential risks to public health and biosecurity”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">I ricercatori hanno analizzato venti smartphone appartenenti a partecipanti di una conferenza internazionale utilizzando tecniche di metagenomica, cioè strumenti capaci di leggere il DNA dei microrganismi senza fermarsi alla superficie del problema. Ne è emersa una fotografia sorprendente ma coerente: il telefono come un piccolo ecosistema portatile, come traccia biologica di chi lo usa e dei luoghi che attraversa. Mani, pelle, superfici, ambienti diversi si stratificano sullo schermo e nelle microfessure dei dispositivi, trasformando lo smartphone in un oggetto ad altissimo contatto, molto più vicino alle nostre mani di quanto siamo abituati a pensare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che il racconto cambia passo. Perché se è vero che gli smartphone sono contaminati, ed è un fatto ormai noto e ben documentato, la questione centrale non è la contaminazione in sé, ma la trasmissione. Sono due piani diversi, che la ricerca scientifica tiene ben distinti. La presenza di microrganismi, anche potenzialmente patogeni come stafilococchi, <em>Escherichia coli</em> o <em>Acinetobacter</em>, non significa automaticamente rischio clinico. Perché un’infezione avvenga servono condizioni precise, e soprattutto serve che la catena della trasmissione resti intatta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli studi condotti in ambito sanitario, compresi quelli presentati in Italia al congresso ANIARTI del 2018, mostrano con chiarezza che questa catena, nella pratica quotidiana, spesso si interrompe. Lavaggio delle mani, attenzione all’asepsi, tecniche di “tocco non tocco”, procedure strutturate: sono questi i veri argini. In altre parole, il telefono può essere contaminato, ma non diventa automaticamente un veicolo efficace di infezione. È una differenza sottile, ma fondamentale, e vale la pena fermarsi a guardarla senza semplificazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo studio pubblicato su <em>Infection, Disease &amp; Health</em> non ribalta le certezze, ma le mette a fuoco. I dati confermano quanto la ricerca suggerisce da tempo: gli smartphone possono essere contaminati senza diventare automaticamente veicoli di infezione. La presenza di microrganismi non coincide con il rischio clinico, e la distinzione tra contaminazione e trasmissione resta il punto chiave per leggere questi risultati senza allarmismi e senza semplificazioni.</p>
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		<title>Sclerosi multipla, il 2025 come anno di svolta</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/01/20/sclerosi-multipla-il-2025-come-anno-di-svolta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 14:23:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Benessere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2025 rappresenta un anno di svolta per la ricerca sulla sclerosi multipla. Nuovi criteri diagnostici, prevenzione sempre più precoce, intelligenza artificiale e ricerca partecipata stanno cambiando il modo di studiare e curare la malattia, migliorando concretamente la qualità di vita delle persone.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il 2025 può essere letto come un anno di bilancio per la ricerca sulla sclerosi multipla. Non un punto di arrivo, ma un momento in cui fermarsi a osservare ciò che è stato costruito, pezzo dopo pezzo, e riconoscere che oggi il quadro è profondamente diverso rispetto anche a pochi anni fa. Parlare di prevenzione ormai è possibile; non come esercizio teorico ma come risultato di una lunga stagione di studi che ha reso la sclerosi multipla una delle malattie neurologiche più indagate al mondo. Una malattia di cui oggi sappiamo molto di più, perché tanti frammenti di conoscenza sono stati raccolti, messi in relazione, resi finalmente leggibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante il Congresso scientifico annuale 2025 di FISM, primo ente di ricerca in Italia sulla sclerosi multipla e tra i primi a livello internazionale, questo passaggio è emerso con chiarezza. Non come una semplice vetrina di risultati, ma come la fotografia di un cambiamento di metodo. Un cambio di passo che riguarda il modo stesso di fare ricerca, di interpretare i dati, di immaginare la diagnosi e la cura. A sottolinearlo è stato il suo presidente Mario Alberto Battaglia, chiudendo i lavori del Congresso con parole che sintetizzano bene il senso dell’anno appena trascorso: lo sforzo portato avanti negli ultimi anni sta cambiando lo scenario della conoscenza e della cura della sclerosi multipla e sta producendo benefici concreti nella vita delle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il 2025 viene letto come un bilancio, emerge con forza un elemento nuovo e decisivo: la possibilità di ripensare la diagnosi. Non una diagnosi semplicemente più rapida, ma una diagnosi diversa, anticipata, capace di intercettare la malattia prima ancora che si manifesti clinicamente. È quella che Battaglia definisce una “<em>diagnosi prima della diagnosi</em>”: riconoscere i segnali biologici della sclerosi multipla quando la malattia è già in azione, ma ancora invisibile. I nuovi criteri diagnostici e le ricerche più recenti indicano che questo approccio non è più un’ipotesi lontana, ma una prospettiva concreta che apre scenari completamente nuovi per la prevenzione primaria.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="799" height="533" src="https://www.salute-e.it/wp-content/uploads/2026/01/Associazione_Italiana_Sclerosi_Multipla_32538_pr.avif" alt="" class="wp-image-6664" srcset="https://www.salute-e.it/wp-content/uploads/2026/01/Associazione_Italiana_Sclerosi_Multipla_32538_pr.avif 799w, https://www.salute-e.it/wp-content/uploads/2026/01/Associazione_Italiana_Sclerosi_Multipla_32538_pr-300x200.avif 300w, https://www.salute-e.it/wp-content/uploads/2026/01/Associazione_Italiana_Sclerosi_Multipla_32538_pr-768x512.avif 768w" sizes="(max-width: 799px) 100vw, 799px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non significa che le modalità di lavoro tradizionali siano superate. Al contrario, il 2025 racconta una ricerca che continua a muoversi su più livelli: dallo studio delle cause e dei fattori di rischio alla diagnosi, dal monitoraggio dell’andamento di malattia alla neuroriabilitazione, fino allo sviluppo di nuove molecole per trattamenti futuri. La novità sta nel modo in cui tutto questo viene tenuto insieme. Il filo rosso che attraversa i progetti presentati al Congresso è una scienza sempre più guidata dai dati, capace di integrare informazioni diverse e di restituire una visione più completa e realistica della complessità della sclerosi multipla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ha spiegato Paola Zaratin, direttore della Ricerca Scientifica FISM, la regia del Congresso 2025 è partita dalla necessità di ridisegnare la prevenzione. Oggi la ricerca dispone di una quantità enorme di dati, spesso frammentati, che solo se messi in relazione permettono di cogliere aspetti della malattia prima invisibili. Da qui nasce un approccio nuovo, in cui la tecnologia diventa uno strumento decisivo, ma non autosufficiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 2025 segna infatti l’affermazione di un modello di ricerca fondato su un’intelligenza ibrida, in cui intelligenza artificiale e intelligenza umana lavorano insieme. L’intelligenza artificiale consente di analizzare grandi moli di dati, di individuare biomarcatori sempre più precisi, di riconoscere segnali biologici minimi che anticipano l’evoluzione della malattia. L’intelligenza umana resta centrale nell’interpretazione, nel dare senso a quei dati, nel collegarli all’esperienza clinica e alla vita reale delle persone. Ma c’è un ulteriore passaggio che il 2025 rende ormai evidente: la ricerca non è più qualcosa che le persone con sclerosi multipla “accolgono” dall’esterno. È qualcosa che costruiscono insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ruolo delle persone con sclerosi multipla nella ricerca è diventato strutturale e carico di responsabilità. Non sono più soltanto destinatarie dei risultati, ma soggetti attivi che orientano le domande di ricerca, contribuiscono all’interpretazione dei dati, aiutano a definire ciò che davvero conta nella vita quotidiana. Il cosiddetto “dato riportato dalla persona” entra nei percorsi di ricerca come elemento essenziale, capace di rendere più aderenti alla realtà i risultati della ricerca di base e clinica. È una nuova generazione di ricerca, e insieme una nuova generazione di ricercatori, in cui l’esperienza vissuta diventa competenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario si inserisce anche un impegno sempre più forte verso lo studio della neuroriabilitazione, riconosciuta da tempo come parte integrante della cura della sclerosi multipla. La FISM ha avviato e sta consolidando un importante investimento nella ricerca riabilitativa, attraverso l’attivazione di NEUROBRITE, uno dei più grandi centri di ricerca dedicati alla neuroriabilitazione. Un passo che rafforza ulteriormente l’idea di una ricerca che non si limita a studiare la malattia, ma accompagna le persone nel tempo, valorizzando il recupero delle funzioni, l’autonomia e la qualità della vita. Anche in questo ambito, il lavoro scientifico può esistere solo grazie a una collaborazione diretta e continua con le persone con sclerosi multipla, protagoniste attive dei percorsi di studio. Un approccio che l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla sostiene da anni e che oggi trova conferma sempre più solida nella evidenza scientifica: la riabilitazione non è un supporto accessorio, ma una vera forma di cura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo cambiamento, il ruolo di Associazione Italiana Sclerosi Multipla e della sua Fondazione è stato ed è centrale. Hanno lavorato negli anni per costruire un modello di ricerca partecipata, in cui le persone con sclerosi multipla sono coinvolte in modo consapevole e responsabile, non solo come testimoni della malattia, ma come co-costruttori del percorso scientifico. Un modello che ha contribuito in modo decisivo a orientare la ricerca verso obiettivi concreti, rilevanti, capaci di incidere davvero sulla qualità della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardando ai progetti sostenuti e guidati da FISM e presentati nel corso dell’anno, il bilancio del 2025 restituisce l’immagine di una ricerca tenace. Molti studi sono stati portati a termine nonostante le difficoltà ereditate dal periodo pandemico, comprese le complessità legate ai fattori confondenti introdotti dal COVID e dalle vaccinazioni. È un dato che va oltre il valore scientifico dei singoli risultati e racconta una determinazione che ha un significato profondo anche per le persone con sclerosi multipla, perché dimostra che la ricerca non si è fermata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto a ricercatori di riconosciuto valore internazionale, il 2025 ha visto protagonisti anche molti giovani studiosi, sostenuti da una visione che guarda al futuro. I risultati presentati indicano una direzione chiara: caratterizzare sempre più precocemente l’insorgenza biologica della malattia, comprenderne i diversi stadi, prevenirne la progressione, gestirne i sintomi e lavorare sul ripristino delle funzioni compromesse, per garantire la migliore qualità di vita possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un bilancio onesto deve riconoscere anche i limiti. La ricerca non promette scorciatoie e non può illudere. Ma il 2025 consente di affermare con chiarezza che i dati raccolti sono incoraggianti e che gli strumenti oggi disponibili permettono di parlare di prevenzione in modo concreto e responsabile. Una prevenzione che ha un valore scientifico e sociale, ma anche economico: investire nella scienza guidata dai dati e nella salute del cervello significa costruire un futuro più sostenibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 2025, in questo senso, non chiude un capitolo. Semmai ne apre uno nuovo. In cui la ricerca sulla sclerosi multipla e sulle malattie “sorelle”, diventa più precoce, più condivisa e più vicina alla vita reale delle persone.</p>
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		<title>ALMA: intelligenza artificiale e reti cliniche per migliorare l’accesso alle cure nel tremore essenziale e nel Parkinson</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/01/16/alma-intelligenza-artificiale-e-reti-cliniche-per-migliorare-laccesso-alle-cure-nel-tremore-essenziale-e-nel-parkinson/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 08:33:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[parkinson]]></category>
		<category><![CDATA[tremore essenziale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ridurre i tempi di diagnosi e migliorare l’accesso alle terapie avanzate per tremore essenziale e Parkinson è una sfida cruciale per i sistemi sanitari. Da questa esigenza nasce ALMA, un help desk basato su intelligenza artificiale presentato a Roma, pensato per orientare i pazienti nei percorsi di cura e superare le disuguaglianze territoriali. Il progetto utilizza l’AI per fornire informazioni strutturate e indirizzare verso i centri specialistici più adeguati, senza sostituirsi alla valutazione clinica. Un primo passo verso un modello di assistenza più equo, integrato e sostenibile, anche in ottica europea.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ridurre i tempi di accesso alla diagnosi e alle terapie avanzate per tremore essenziale e Parkinson è oggi una delle principali sfide per i sistemi sanitari europei. Da questa esigenza nasce ALMA, un Help Desk basato su intelligenza artificiale pensato per orientare i pazienti nei percorsi di cura e contribuire a ridurre le disuguaglianze territoriali nell’assistenza ai disturbi del movimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">ALMA è stato presentato nel corso dell’evento “Tremore e Terapie Avanzate”, promosso dall’associazione Tremori ETS, con il coinvolgimento di Health Engine, spin-off dell’associazione, di Essential Tremor Europe e la collaborazione di Parkinson Europe per la raccolta dei dati, con il supporto della Boston Scientific Foundation Europe. L’iniziativa si rivolge alle persone con tremore essenziale e morbo di Parkinson, condizioni che complessivamente colpiscono oltre l’1% della popolazione e che presentano bisogni assistenziali complessi e spesso sottovalutati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto nasce dalla constatazione che la disponibilità di terapie efficaci non coincide necessariamente con la loro accessibilità. Nel caso del tremore essenziale, uno dei disturbi del movimento più diffusi, il problema è spesso rappresentato da una diagnosi tardiva o imprecisa. Nel Parkinson, invece, le difficoltà riguardano soprattutto l’accesso tempestivo a centri specialistici e a percorsi terapeutici avanzati, nonostante l’evoluzione delle opzioni farmacologiche e interventistiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">ALMA si configura come uno strumento di supporto al percorso di cura, non come alternativa alla valutazione clinica. La piattaforma utilizza l’intelligenza artificiale per fornire informazioni strutturate, orientare i pazienti verso le strutture più appropriate e facilitare il contatto con centri specializzati, tenendo conto delle caratteristiche cliniche individuali e della distribuzione delle competenze sul territorio nazionale ed europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso dell’incontro romano è stato ribadito che il limite principale non è di tipo tecnologico. Tecniche come la stimolazione cerebrale profonda (DBS) e gli ultrasuoni focalizzati guidati da risonanza magnetica (MRgFUS) sono oggi consolidate e disponibili in diversi centri italiani, tra cui Milano, Verona, L’Aquila, Messina, Napoli e Roma. Come sottolineato dai clinici intervenuti, si tratta di approcci complementari, da selezionare sulla base di criteri clinici e non in competizione tra loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle criticità maggiormente evidenziate riguarda l’organizzazione dei rimborsi. La gestione economica delle terapie avanzate risulta disomogenea tra le regioni, con tariffe differenti o assenti che finiscono per limitare l’accesso alle cure e generare disparità significative. Questo assetto contribuisce a rallentare i percorsi terapeutici e a creare barriere che non dipendono dalle condizioni cliniche dei pazienti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto agli aspetti organizzativi, è stato richiamato anche il valore economico della cura. Il recupero di un anno di buona salute è stimato in circa 40.000 euro per la collettività, considerando la riduzione dei costi assistenziali e sociali. Un dato che rafforza l’importanza di investire in modelli di presa in carico precoce e appropriata, capaci di incidere sia sulla qualità della vita sia sulla sostenibilità del sistema sanitario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto ALMA si inserisce infine in una prospettiva europea. Tremori ETS ha annunciato per il 2026 la fondazione di Essential Tremor Europe, con l’obiettivo di coordinare attività di ricerca, raccolta dati e rappresentanza dei pazienti a livello continentale. In questo contesto, l’Help Desk basato su intelligenza artificiale rappresenta un primo passo verso un modello di assistenza più integrato, orientato alla riduzione delle disuguaglianze e al miglioramento dell’accesso alle cure per tremore essenziale e Parkinson.</p>
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		<title>Quei troppi farmaci nelle case degli anziani</title>
		<link>https://www.salute-e.it/2026/01/09/quei-troppi-farmaci-nelle-case-degli-anziani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrica Marcenaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jan 2026 08:44:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mente e Corpo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La polifarmacoterapia negli anziani è una realtà sempre più diffusa e complessa. Assumere molti farmaci contemporaneamente può aumentare il rischio di interazioni, effetti collaterali e ridotta aderenza alle cure. Informazione, monitoraggio e revisione periodica delle terapie sono fondamentali per tutelare la salute e la qualità di vita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Tra interazioni, doppioni e fai-da-te, la polifarmacoterapia diventa un rischio concreto. E costa cara: al paziente, al Servizio sanitario, alla collettività.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Succede spesso. Troppo spesso. L’anziano arriva in ambulatorio con una busta. Dentro, blister su blister, scatole mezze vuote, foglietti illustrativi sgualciti. Dieci, dodici farmaci diversi. Nessuno sa più bene perché li prende, da quanto, se li prende davvero. “Questo me lo ha dato il cardiologo”, “questo la guardia medica”, “questo l’ho iniziato da solo, ogni tanto mi fa bene”. Nessuno controlla. Nessuno smette. E nessuno avverte il medico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la prassi quotidiana – diffusa, invisibile, pericolosa – della polifarmacia tra gli anziani. Un fenomeno che cresce con l’età, con le cronicità, con la solitudine. E che mette in moto una catena silenziosa di effetti collaterali, reazioni, ospedalizzazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, un over 65 su tre prende dieci o più farmaci al giorno. Spesso senza sapere se servano ancora. Senza sapere che possono anche far male. Che se presi in maniera sbagliata e in concomitanza di altri farmaci potrebbero essere inutili o pericolosi. Si parla di polifarmacoterapia quando si assumono più di 5 farmaci al giorno: una condizione molto frequente tra gli anziani, ma non sempre necessaria né appropriata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Quando visito i pazienti a casa o in ambulatorio, la scena è sempre la stessa: una confusione di farmaci, assunti in orari arbitrari, con dosi modificate nel tempo o su consiglio del vicino &#8211;</em> racconta il dottor Ezio Del Nero, geriatra, che lavora da trent’anni con pazienti fragili &#8211; <em>Alcuni prendono doppioni, altri sospendono un farmaco per paura, poi lo riprendono. Alcuni hanno un effetto nullo, se assunto insieme ad altri. Vengono assunti senza rispettare norme importanti, magari assumendoli nei momenti sbagliati della giornata. A noi medici non lo dicono. E i familiari spesso non se ne accorgono…”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel “qualcosa” è spesso un ricovero: malesseri vaghi, cadute, aritmie, confusione mentale, picchi pressori. Sintomi che sembrano venire dal nulla e che invece, a guardarli bene, hanno dietro un equilibrio farmacologico ormai saltato. Secondo gli studi più recenti, l’8-9% dei ricoveri ospedalieri è causato da reazioni avverse ai farmaci. Una cifra che un tempo si aggirava intorno al 4-5% e che oggi è quasi raddoppiata. Il motivo? L’aumento dell’assunzione simultanea di farmaci, spesso non coordinata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, spiega Del Nero, non è solo la quantità di farmaci, ma la mancanza di un punto fermo: un medico che tenga insieme la storia clinica, i cambiamenti nel tempo, le necessità reali. “<em>Molti anziani vengono seguiti da specialisti diversi, ognuno prescrive qualcosa, nessuno disfa. Si accumula. E nessuno toglie. Il risultato è un paziente fragile che cammina su una bomba a orologeria”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’è anche un altro lato, più sottile e difficile da scardinare: la fiducia cieca nel farmaco. L’idea, radicata, che curarsi significhi prendere qualcosa. “<em>Per molti anziani</em> – continua Del Nero – <em>il farmaco è rassicurante. È tangibile. Smettere una pastiglia dà più ansia che prenderne una inutile. Preferiscono tenerla ‘per sicurezza’, anche se fa più male che bene”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">È così che la polifarmacoterapia – termine tecnico per indicare l’assunzione simultanea di più farmaci – diventa una condizione cronica. Non per necessità medica, ma per inerzia, abitudine, mancanza di controllo. Intanto, i numeri parlano chiaro. Secondo le stime, tra il 20% e il 30% dei farmaci prescritti agli anziani è potenzialmente inappropriato o non più necessario. Un anziano che assume 8-10 farmaci al giorno può arrivare a spendere, tra ticket e spese non rimborsate, fino a 50-100 euro al mese. Tradotto: fino a 300 euro l’anno per medicinali che non servono più. E in tutta Italia, parliamo di centinaia di milioni di euro buttati. Su scala più ampia, la spesa farmaceutica pubblica e privata complessiva è di circa 32 miliardi di euro all’anno (dati AIFA 2023), di cui quasi 10 miliardi gravano direttamente sulle famiglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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